Soltanto una parola

Non serve nemmeno la presenza fisica, siamo nella dimensione spirituale. Basta la Parola. Di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito. Le parole del centurione sono così vere che le si ripete ad ogni messa rivolti a Gesù-Eucarestia. Ovunque tu sia, Dio può agire. Qualunque sia il tuo stato, depresso o felice, colpevole o innocente. Non c’è un presente ed un passato, un vicino ed un lontano. C’è Dio. Io Sono è il suo nome. Quello che può fare per te ha un solo limite: la tua stessa fede. Tanto più credi, tanto più Lui può agire. Non occorre convincere Dio a farci del bene. Occorre semmai credere che Lui possa, che Lui voglia. Dicevano a Gesù che il centurione meritava d’essere esaudito. Ma non fu per questo che lo esaudì, non guardò ai meriti. Fu per la sua fede. Nemmeno lo vide, nemmeno udì la sua voce. A Gesù bastò sentire la sua richiesta riportata dagli amici: Di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

Lc 7,1-10   Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao.
Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga».
Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

Chi sono per te?

Voi, chi dite che io sia? È la domanda che tutti abbiamo in cuore. Cosa pensi di me, cosa dici? Ma di più: chi sono io per te? Un amico, un collega, un conoscente o forse invece sono più di un amico? Tutti vogliamo sapere che posto occupiamo nel cuore altrui. Oggi rispondiamo alla domanda: chi è Gesù di Nazareth per me? È già entrato nella mia vita per non uscirne mai più? Con lui o senza di lui la giornata scorre uguale o fa la differenza? Pietro rispose: tu sei il Cristo. E tu cosa rispondi?

Mc 8,27-35   Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Guàrdati

ESALTAZIONE DELLA CROCE    Una festa strana, quella di oggi. Certamente fuori tendenza. Forse nelle epoche passate la croce era guardata con più devozione, la sofferenza era considerata una buona occasione per purificarsi e, a volte, era considerata l’unica offerta da presentare a Dio. Saremmo ancora capaci di vedere nelle nostre personali fatiche un canale d’unione più intensa con Dio? Ognuno risponderà guardando alle proprie esperienze: quando soffrivo mi sono buttato con più decisione tra le braccia di Dio? Gesù oggi allude ad un gesto misterioso di Mosè, quando il Signore gli disse: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso dai serpenti velenosi e lo guarderà, resterà in vita». Forse non siamo più abituati a cercare volontariamente la sofferenza. Non è più il tempo di pregare in ginocchio sui ceci. I nostri figli non sono più nemmeno in grado di sopportare un mal di pancia o un’ora di triste nostalgia. Ma resta vero che solo guardando le proprie fatiche se ne può uscire. Negarle o ignorarle non fa che acuirle. Prendere consapevolezza delle proprie sofferenze apre vie d’uscita inaspettate.

Esaltazione della Croce Gv 3,13-17    Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Luce

Essere consapevoli di non vederci bene. Forse è questo l’unico modo per iniziare a camminare. I passi falsi si compiono quando si crede di vedere, quando si è certi di conoscere la strada, di sapere tutto della vita e degli altri. La verità è che non ci vedo, sono cieco come te. Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non possiamo giocare al gioco della guida e del guidato, del maestro e del discepolo. Bel gioco indubbiamente, per entrambi i ruoli. Perché anche l’obbedienza passiva ha la sua comodità, esonerando la coscienza della fatica del discernimento. Ammettiamo tutti d’essere ciechi e smettiamo una volta per tutte di dare lezioni di vita agli altri. Prendiamoci per mano e cerchiamo insieme la strada, chiedendo Luce all’Unico che può illuminare.

Lc 6,39-42    Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Se ascoltate

A voi che ascoltate io dico… A chi invece non sta ascoltando ma solamente udendo da lontano, queste cose è inutile dirle. Ma prima di rileggere lentamente questa pagina, facciamoci una domanda: perché Gesù giunge a dire tutto ciò? Amate, pregate e benedite chi vi fa del male. Come può chiederci l’impossibile? Forse la sua era una risposta alla domanda di qualcuno. Forse gli avevano chiesto come facesse ad essere così sereno, da dove gli venisse quella gioia immotivata che traspariva dal suo volto. Forse volevano sapere perché si desse tanto da fare per chi non meritava nulla, per i soldati occupanti, gli esattori e le donne indemoniate. E lui aveva risposto: se volete essere sereni come me, amate i vostri nemici…

Lc 6,27-38    Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Settecentomila

Beati voi poveri, che avete fame e piangete. Ieri nella spianata di Tasi Tolu erano in 700mila per partecipare alla messa, la metà della popolazione di Timor Est. Il giorno prima, in cattedrale, Papa Francesco aveva parlato ai sacerdoti dello stato col più alto tasso di cattolici al mondo (99.6%). Parole pensate, parole pesate. Parole pesanti ma assolutamente necessarie, stando a quanto mi dicevano molti giovani timoresi che le hanno immediatamente “ripostate” sui loro social. (vedi foto)

“Ho appreso che il popolo si rivolge a voi con tanto affetto chiamandovi “Amu”, che qui è il titolo più importante, significa “signore”. Però, questo non deve farvi sentire superiori al popolo: voi venite dal popolo, siete nati da madri del popolo, siete cresciuti con il popolo. Non siete superiori. Per favore, non pensate al vostro ministero come a un prestigio sociale. No, il ministero è un servizio. Col profumo si ungono i piedi di Cristo, che sono i piedi dei nostri fratelli nella fede, a partire dai più poveri. I più privilegiati sono i più poveri, e con questo profumo dobbiamo prenderci cura di loro”. (Papa Francesco)  Parole difficili da accettare, non solo a Timor Est e non solo dai preti. Non a caso Francesco ha concluso così:  “Vi benedico di cuore. E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me. Ma pregate a favore, non contro! Grazie”.    Beati voi, poveri.
Beati voi, che ora avete fame,
voi, che ora piangete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno a causa del Figlio dell’uomo.

testo integrale https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/september/documents/20240910-timor-leste-religiosi.html

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-09/papa-francesco-incontro-bambini-disabili-dili-casa-irmas-alma.html

Lc 6,20-26  Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Francesco a Timor Est

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Ecco il Papa a Timor Est. Oggi avrà una lunga e intensa giornata a Dili. La gente lo attende da mesi, a dir la verità da prima del Covid che bloccò il viaggio programmato. “È anziano e non cammina, ma viene fin qui per noi”, mi scrivevano qualche giorno fa. È questa la forza che guarisce tutti, la forza dell’amore che non ti fa sentire dimenticato su un’isola ai confini del mondo. L’anziano successore di Pietro che va in uno dei più giovani stati del mondo. Giovane di fondazione (2002), giovane d’età (metà della popolazione è minorenne). Nel 1989 Giovanni Paolo II giunse a Timor, allora occupata dalla terribile dittatura indonesiana. “Quando lo vedemmo capimmo che la Chiesa non ci aveva dimenticato e che avrebbe lavorato per la nostra indipendenza”, mi diceva anni fa una suora, ai tempi adolescente. Oggi è il turno di Francesco, tra la folla di uno Stato che fatica a vedere un futuro. Che sia d’esempio a tutti, questo anziano apostolo dall’entusiasmo di un bambino. “Ti ho cercato ma non ti ho visto accanto al Papa”, mi ha scritto ingenuamente una ragazzina. Certo, sarebbe stato bello esserci. Ma un piccolo contributo per prepararsi all’incontro di oggi forse l’abbiamo dato.

Qualche mese fa abbiamo fatto avere a Papa Francesco il libro di meditazioni con fotografie di Timor scritto anni fa. Non abbiamo chiesto d’essere ricevuti, ma che lui potesse gustare con calma testi e immagini, per prepararsi all’incontro con quella gente.

https://buonodentrobuonofuori.com/il-libro/

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/september/documents/20240909-timor-leste-autorita.html

Lc 6,12-19    Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

La mano

Gli scribi, come dice la parola, erano quelli che sapevano scrivere. Gesù stava insegnando nella sinagoga e in sinagoga si impara a leggere la Scrittura e a riscriverla con una vita coerente. Avere la mano destra paralizzata mentre si ascolta il Maestro in sinagoga rende la lezione inutile. La destra infatti non è solo la mano con cui si scrive sulla carta. Nella Bibbia la destra è simbolo della capacità d’azione e decisione. Ascoltare Gesù e avere la destra paralizzata significa ascoltarlo ma non riuscire a vivere come lui, ad agire come un altro Cristo. Lui stesso guarisce la paralisi e rende possibile decidersi per lui. Disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. Ed è bello notare che la mano guarisce tendendosi. Tutto inizia tendendo la mano. Una mano malata, paralizzata, imperfetta, ma tesa verso l’altro è una mano sanata. Tendere all’amore ci fa guarire sempre più.

Da oggi fino all’ 11 Papa Francesco è in visita a TIMOR EST

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Lc 6,6-11   Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Parlami

Apriti! Non restare chiuso in te stesso, raggomitolato sui tuoi tristi pensieri. Parlami, ascoltami. Siamo in una società sordomuta, dove è difficile essere ascoltati ed è difficile trovare chi parli e non si tenga tutto dentro. Strano, perché tutto è “social”. Ma c’è da chiedersi se ciò che viene messo in mostra sia la verità o l’apparenza. Effatà! Apriti! Parla, comunica, dillo. Certo, pesa le parole e decidi a chi parlare, ma sappi: le parole non dette, restano non dette. A furia di tacere, dimenticherai come parlare. Se non parli, dimentichi le parole. Meno parole conosci, meno puoi pensare. E se non pensi, lo faranno gli altri al posto tuo…

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Mc 7,31-37   Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Religione

Continua il discorso di ieri. Continua la tensione tra religiosità e fede. Nessuno può pensare di trasportare vino senza otri, di vivere la propria fede in Dio senza una religione. L’uomo è fatto di gesti simbolici, è il suo modo d’esprimere ciò che a parole non riesce a dire. Eppure gli otri non sono più importanti del vino, né la religiosità viene prima della fede. La religione contiene, dà un argine e un riparo alla fede. La fede infatti non è costante, la si può perdere in poco e per rinforzarla viene in aiuto la religione, con la sua tradizione di saggezza filtrata nei millenni. Ma senza un rapporto personale, diretto e quotidiano con Dio, con Gesù, non resta che la religione. E un otre vuoto è solo un ricordo impolverato.

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Lc 6,1-5 Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».