Dal tetto

Probabilmente siamo ancora nella casa di Pietro e Andrea, dove Gesù guarì la suocera di Pietro. Una casa che ormai è assediata dalla folla, scoperchiata da chi vuole raggiungere Gesù ad ogni costo per salvare un amico. Una casa in cui si annuncia la Parola, quella Parola che quando è sulla bocca di Gesù accade all’istante. Una casa in cui risuona la più bella parola che si possa udire: Figlio, ti sono perdonati i peccati. Vero, verissimo: solo Dio può perdonare i peccati. Ma se diveniamo consapevoli che Dio abita in noi, allora anche noi possiamo perdonare di cuore. Iniziando da chi ha peccato contro di noi, da chi ci ha fatto un torto, da chi ci fa male con ciò che fa o che dimentica di fare per noi. È il perdono che ci consente di rialzarci tutti a vicenda, colpevoli e vittime, di non restare paralizzati nel rancore o nel rimorso.

Sullo stesso vangelo https://lalocandadellaparola.com/2022/01/14/nelle-notti-2/

Mc 2,1-12 Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»

Come un canale

La purificazione dalla lebbra era impossibile agli uomini. Solo l’intervento di Dio poteva sanare da quel male terribile. Il sacerdote aveva il compito di constatare la guarigione del lebbroso, accettare l’offerta di ringraziamento e riammetterlo alla vita sociale. Insomma, lo ricordiamo bene: tampone negativo. Questo lebbroso viene guarito all’istante dalla parola di Gesù: lo voglio, sii purificato! E subito la lebbra scomparve. Ed è questa immediatezza che dice tutto. È la guarigione istantanea, contemporanea alla parola, che ci avverte: solo Dio può fare così. Solo in Dio parola e fatto coincidono. Mentre Dio parla, già accade quanto sta dicendo. Dunque è chiaro: in Gesù è presente Dio. Gesù è a tal punto uno-con-Dio da consentirgli di agire tramite le sue parole che, appunto, divengono immediatamente fatti: Lo voglio, sii purificato, e subito fu purificato. Segue un tentativo di Gesù di rimandare quell’uomo al tempio: non dire niente a nessuno ma vai dal sacerdote a testimonianza per loro. Gesù vuole che il Padre sia riconosciuto come unico autore della guarigione. Percepisce se stesso come un semplice canale attraverso cui Dio agisce.

Mc 1,40-45   Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Ventiquattro ore

Leggiamo in sequenza i vangeli di questi ultimi tre giorni. Gesù ha chiamato i primi quattro discepoli, Giacomo e Giovanni, Andrea e Simone (Pietro) che subito, lasciate le reti, lo seguono. Nella sinagoga, sabato, parla con autorità e scaccia un demone poi, uscito dalla sinagoga, subito va nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. Guarisce la suocera di Simone che evidentemente era sposato ed ancora più evidentemente non aveva lasciato la moglie ma le reti (San Paolo ci dirà che Pietro e la moglie viaggiavano insieme 1Cor 9,5). Poi, tramontato il sole, cioè finito il divieto di lavoro del sabato, Gesù guarisce i malati che si erano accalcati alla porta. Al mattino presto esce di casa per pregare da solo in un luogo solitario. E poi via di nuovo, nei villaggi vicini, per tutta la Galilea, predicando e scacciando i demòni. Ventiquattro ore di vita di Gesù. Giornata piena, giornata fatta di folla e di famiglia, di casa e di piazza, di preghiera silenziosa e sonno. Una giornata piena come le nostre. Possiamo anche noi vivere come lui.

Mc 1,29-39 Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Dentro di sé

E noi che spiegazione ci diamo? Come mai Gesù trasmetteva la sensazione di parlare con autorità propria e non come gli scribi che parlavano attingendo ai libri che avevano studiato? Dove attingeva Gesù? Al proprio cuore, alla propria anima. Perché lì, dentro il suo cuore, aveva imparato che c’era Dio. Lì, nel profondo dell’anima, abitavano l’amore del Padre, la sapienza del Figlio, la potenza dello Spirito. Era in contatto costante con Dio-dentro-di-sé e ciò gli dava le parole giuste, la forza sul male, la misericordia verso tutti. Quando l’angelo parlò a Giuseppe rassicurandolo su Maria e il bambino, gli ordinò di chiamarlo Gesù. Poi gli citò Isaia: la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: lo chiameranno Emmanuele che significa Dio-con-noi. La gente avrebbe cioè chiamato Gesù “Dio-con-noi” perché si sarebbe accorta che la sua autorità veniva da Dio-con-lui. Ma non è tutto. Gesù infatti non avrebbe tenuto tutto per sé questo Dio anzi, avrebbe insegnato a tutti a scoprire in sé stessi la Sua Presenza: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. (Gv 14,23)

Mc 1,21-28  Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, a Cafarnao, insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

https://www.saveriani.it/parma/item/lo-chiameranno-emmanuele-dio-con-noi-avvento-iv-dom

Figli

Convertitevi e credete nel Vangelo. Sono le prime parole di Gesù e sanno tanto di predica severa. Proviamo a tradurle alla lettera: “invertite direzione e credete nel dolce messaggio”. Quando qualcosa è bello, diciamo che è troppo bello per poter essere vero. “Incredibile!”, esclamiamo per abitudine quando vogliamo trasmettere stupore. Le cose belle sono in-credibili. Le notizie cattive invece sono subito credute, perché il male ci ferisce a tal punto che lo temiamo e, temendolo, lo notiamo ovunque. Non c’è bisogno di fede per credere che il male dilaga. Gesù ha portato un messaggio dolce, una bella notizia. Per questo ha fatto fatica a diffonderla. Persino quando guariva i malati, alcuni dicevano che lo faceva con l’aiuto del demonio. Sono il male, la paura, il giudizio, ciò che diamo per certo. L’amore, la gratuità, la serenità, la sincerità, vanno sempre verificate e si dubita che durino a lungo. Crediamoci, crediamoci al messaggio di Gesù. Ciò che il Padre gli disse al Giordano, Gesù lo ripete a ciascuno di noi: sei suo figlio diletto, sei sua figlia amata! Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia. Lo credi?

Mc 1,14-20 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Uscendo dall’acqua

Quando dovremo decidere noi, collocheremo questa festa d’estate. Celebrare il battesimo di Gesù all’indomani del Natale e dell’Epifania è perlomeno fuorviante perché ci rende naturale immaginare il battesimo di Gesù bambino, magari con i parenti e qualche invitato. Nulla di tutto ciò. Giovanni Battista immergeva (= battezzava) nel Giordano la gente desiderosa di cambiare vita. Gente che non conosceva ancora Gesù, che Giovanni stesso attendeva con fede: Viene dopo di me colui che è più forte di me, egli vi battezzerà in Spirito Santo. In questa pagina di Marco è narrato ciò che avvenne non appena Giovanni immerse Gesù nel Giordano. Uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». La Trinità è tutta lì, presente al Giordano. Gesù Figlio che esce dall’acqua. Lo Spirito che scende dal cielo. Il Padre che parla. La Trinità non si tiene nascosta anzi, si manifesta apertamente. E manifestazione, apparizione, si dice Epifania. Allora forse non è così male celebrare oggi il battesimo di Gesù nel Giordano.

Battesimo di Gesù Mc 1,7-11 Giovanni Battista proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

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I magi

Offrirono tre doni, ma quanti erano loro, i Magi, non lo sappiamo. Forse partirono in molti ed arrivarono a Betlemme in pochi. È tanto facile scoraggiarsi, lasciar spegnere l’entusiasmo e smettere di camminare. Almeno imparassimo a concludere, a lasciarci salutando, decidendo di dire basta. Macché, si smette semplicemente, si tace, non si cammina più, non si parla più. Ci si stacca dal gruppo e si sparisce. Forse invece i Magi alla partenza non erano che tre o quattro, magari derisi o salutati da un “buona fortuna” carico di sarcasmo. Non sempre si viene capiti quando si segue la propria voce interiore. Ma se si attende il consenso, non si parte mai. Poi, strada facendo, qualcuno si unisce. Chi segue una stella, chi cerca la luce, è contagioso. Dunque in cammino! Più che il numero, conta la mèta. Arriva solo chi sa dove andare. Gli altri girano su se stessi come trottole.

Mt 2,1-12 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Seguitemi

Filippo e Natanaele, altri due nuovi discepoli. Due nomi, due storie. Un nome tutto pagano, greco, Filippo, “colui a cui piacciono i cavalli”. Che ci faceva un ebreo con un nome simile? Filippo era di Betsaida, e Betsaida è al nord, vicino al confine. Non vogliamo dire che era figlio di una coppia mista (cosa vietatissima, ma si sa come vanno certe cose), di certo però era figlio di gente non troppo osservante. L’altro invece era Natanaele, “dato da Dio”, e non occorre aggiungere altro. Gesù però aggiunge, commenta, osserva che quel ragazzo si identifica bene col suo nome: ecco davvero un israelita senza falsità, che vive sotto l’albero di fichi, cioè che vive all’ombra della Legge di Dio. Un vero osservante, figlio di osservanti. Gesù li chiama entrambi. E noi chi avremmo selezionato? Forse, per andare sul sicuro della tradizione e dei valori, avremmo preso Natanaele. Oppure, da bravi radical-chic, l’avremmo scartato per Filippo, invaghiti dal suo nome contro il sistema. Ma i due non erano pro o contro. Erano semplicemente desiderosi di seguire insieme chi li chiamava per nome, quale che fosse.

Gv 1,43-51 Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

La mia roccia

Sarai chiamato Kefa – che significa Pietro, disse Gesù al fratello di Andrea. E forse dovremmo imparare a scriverlo minuscolo, pietro, per sentire con più forza che si tratta di un soprannome o, forse meglio, del nome di battaglia di Simone: כיפא, kefa’, roccia, pietra. Così suonava in aramaico, la lingua corrente di Gesù. L’evangelista, scrivendo in greco, lo tradusse per i lettori ma non usò pètra bensì il maschile pètros, “roccio”, “pietro”, poiché era riferito a Simone. Sarai chiamato Kefa, che significa Πέτρος, Pètros. E l’evangelista Giovanni non aggiunge altro, non spiega il perché di questo nome. Il povero Simone ci avrà pensato non poco. Certo, era un pescatore, non uno scriba esperto di Bibbia. Ma lo sapevano tutti, almeno a quei tempi, che nella Bibbia decine di volte roccia è nome attribuito a Dio. Niente meno. Il Signore è la mia roccia, la mia fortezza, il mio liberatore. Il mio Dio è la mia roccia, in lui ho un rifugio; egli è il mio scudo, è la forza che mi salva.

Gv 1,35-42 Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Kefa» – che significa Pietro.

https://www.focus.it/cultura/storia/che-lingua-parlava-gesu#:~:text=%C2%ABGes%C3%B9%20parlava%20aramaico%20dalla%20nascita,vigore%20per%20i%20testi%20religiosi%C2%BB.

https://www.famigliacristiana.it/blogpost/tu-sei-pietro.aspx

L’uomo su cui

Lo conosceva sì o no? Sua madre Elisabetta era al sesto mese quando il piccolo Giovanni Battista si mise a scalciare nel suo grembo, percependo la presenza di Maria e di Gesù appena concepito in lei. Dunque lo conosceva eccome! Eppure afferma ben due volte: io non lo conoscevo. Giovanni conosceva certo Gesù, ma forse non sapeva che era proprio lui Colui sul quale avrebbe visto discendere e rimanere lo Spirito. Giovanni dunque predicava l’arrivo di un uomo che avrebbe tolto il peccato del mondo battezzando nello Spirito Santo. Lo annunciava, ma lui stesso non sapeva chi fosse. Lo annunciava nella fede, con la fede. Lo annunciava con la certezza interiore che sarebbe arrivato, con la certezza interiore che l’avrebbe riconosciuto.

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Gv 1,29-34 Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».