Vai

Va’ e d’ora in poi non peccare più. Gesù non cancella dunque la colpa, non dichiara che l’adulterio è virtù. Tuttavia non condanna a morte e offre un’altra possibilità di vita a quella ragazza. Sì perché se l’adulterio fosse stato di una donna già sposata, la pena sarebbe stata lo strangolamento. La lapidazione era riservata invece a chi, fidanzata ufficialmente, tradiva il futuro coniuge. Dunque parliamo di una ragazzina di 14 anni, forse meno. Un fidanzamento un po’ forzato, forse imposto dalle famiglie? Può essere. Cose che capitano ancora oggi sotto i nostri occhi, in Italia, certo con persone di provenienza e cultura lontana, ma sempre di costrizione si tratta. Ricordiamo tutti il caso di Saman Abbas, uccisa dai genitori per un caso simile a quello di questo vangelo. https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/saman-abbas-sentenza-da7ee0d9   Sono dunque problemi ancora vivi, parole ancora valide. Di contro, nel mondo moderno l’adulterio non è ancora virtù ma nemmeno colpa grave. Gesù non condanna la ragazza ma non perché accetti l’adulterio. Non peccare più, le dice. Peccare non si deve, ma punire il peccato con la morte è colpa ancora più grave. I peccati, secondo Gesù, non vanno castigati perché sono essi stessi già un castigo. I peccati vanno perdonati. Come le malattie vanno curate, non aggravate.

Se il terreno è buono

Gv 8,1-11 Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adultèrio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Vedere

Vogliamo vedere Gesù. Parole bellissime, le più belle che si possano pronunciare. Rare, rarissime, anche tra i cristiani. Vogliamo vedere una Chiesa forte, vogliamo vedere i preti con la veste cantar Messa in latino. Oppure vogliamo vedere una Chiesa moderna, che decide per alzata di mano cos’è peccato. Vogliamo, vogliamo, sempre vogliamo, ma mai si sente dire vogliamo vedere Gesù, vogliamo che ci parliate di lui, che ci trasmettiate il suo messaggio. Eppure, il cristianesimo non è una religione. È una persona. È seguire una persona. Diversamente non è che seguire delle regole, come i credenti di altre religioni: non mangiare se c’è luce, copriti i capelli altrimenti tenti i maschi, prega con questa formula, fa’ queste offerte. Noi invece vogliamo vedere Gesù, sapere di lui. Altrimenti che ci resta? Candele, panche, feste in oratorio, qualche gita. Vogliamo vedere Gesù.

Gv 12,20-33    Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Studia

Hanno ragione: studiare è fondamentale. Siamo ormai circondati da pari anzi, da superiori. Nessuno più reputa l’altro degno d’ascolto, fonte di insegnamento prezioso. Nessuno più ha bisogno di studiare, tutti sanno già tutto. La saccenza domina i cervelli vuoti di chi crede di sapere tutto perché guarda qualche video su YouTube, senza nemmeno verificarne l’attendibilità. Studia! dicevano i farisei e avevano ragione. E dopo aver studiato, cerca di capire, di saperne di più. Dopo aver studiato, se hai davvero studiato, avrai capito che non basta. Perché conoscere gli altri è un mistero. Ma prima studia. Almeno studia.

Gv 7,40-53     All’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Quaggiù

Ognuno di noi è davvero un mistero, non solo Gesù. Crediamo di conoscere noi stessi, ma in realtà sappiamo ben poco. Potremmo risalire ai nostri più lontani avi, ma davvero servirebbe? Vi è poi chi cerca di capire chi sia stato nelle sue precedenti vite, ma a che pro? Voi certo sapete di dove sono – disse Gesù – ma non conoscete chi mi ha mandato. Io invece lo conosco. Perché il punto è questo. Non tanto sapere di dove sono e chi mi ha generato in questa terra, ma piuttosto chi mi ha inviato quaggiù e a far che cosa.

Gv 7      Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Solo per un momento

Leggendo queste parole di Gesù si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un mare di occasioni meravigliose che possono però andare tutte perdute. C’è un Dio Padre che continua a operare per noi e un Figlio che si fa canale di queste opere d’amore. Una pioggia di miracoli insomma. La possibilità di rimanere connessi costantemente con un Dio buonissimo che ci chiede solamente di fermarci e ricevere, ricevere e ricevere ancora tutto quello che di buono pensa per noi. Eppure vi è anche la possibilità di fare come se tutto ciò non fosse, di lasciare che accada, che la luce splenda per conto suo, che le opere vengano compiute senza che ce ne accorgiamo. E andare avanti a vivere come se dovessimo procurarci tutto con le nostre deboli forze, come se vivessimo soli in una foresta oscura, mentre siamo figli amati, accuditi, aiutati, conosciuti ed ascoltati. In ogni singolo istante.

Gv 5,31-47    Gesù disse ai Giudei:
«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.
Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.
E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?
Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Immerso con il

Tu Gesù non eri solamente “tu” ma eri un canale attraverso cui scorreva la potenza e la presenza di Dio. E nella misura in cui tu non eri tu ma lui, tu eri Dio. Ciò che facevi non lo facevi tu ma lo faceva Dio: il Padre agisce anche ora e anche io agisco. Il Figlio fa quello che vede fare dal Padre perché il Padre è in lui e lui nel Padre. Tutto ciò è possibile nella misura in cui si desidera essere uno-con-Dio. Anziché essere qualcuno che emerge sopra gli altri si diviene qualcuno che si immerge in Dio, fino a diventare una cosa sola con lui. Io non posso fare nulla da me stesso, diceva sempre Gesù, non perché non ne fosse capace. Quel non posso fare significa infatti “ho scelto di non fare”. Gesù era uno con il Padre, e più cercava questa unione con lui più scopriva la sua stessa identità. Non si tratta dunque nemmeno di rinunciare a essere se stessi per essere come Dio, ma di lasciare che Dio cresca in noi facendoci diventare ciò che siamo, facendoci scoprire la nostra vera identità divina.

Gv 5,17-30   Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

in foto: https://www.horti.it/

Vuoi?

Evidentemente stava benissimo e il ruolo del malato mendicante ormai era il suo. Vuoi guarire? gli chiede Gesù ma lui non risponde né sì né no. Attacca con la sua cantilena di lamenti che ripeteva ormai da 38 anni. Gesù lo guarisce all’istante e lo lascia spiazzato, disoccupato e bisognoso di trovarsi una identità e una dignità. Forse per questo va a denunciarlo riferendo che era stato Gesù a guarirlo. La domanda è diretta anche a noi: vogliamo davvero guarire o preferiamo elencare i nostri mali?

Gv 5,1-16     Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato

Adesso e domani

Un segno completamente diverso da quello di ieri (vedi sotto) che era fatto di fango, acqua, mani e occhi. Qui il segno è di parola e orologio. Va’, tuo figlio vive. E il padre, il giorno dopo, riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: Tuo figlio vive. Che meraviglia! Quell’uomo aveva creduto alla parola e si era messo in cammino, evidentemente guardando l’orario di partenza. Sono quelle che alcuni chiamano “coincidenze non casuali”. Questa bellissima pagina di Giovanni fa eco ad un versetto di Marco (11,24) in cui Gesù dice: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Sì, perché in Dio non c’è un tempo che passa tra parola e azione. A noi occorre tempo per constatarlo. Quanto a crederlo, possiamo farlo subito.

SeGv 4     Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Nella luce

Dunque c’è una condanna, eccome se c’è. Forse un po’ diversa da come ce la immaginiamo, non fatta di diavoli e gironi danteschi, ma è pur sempre una condanna. E la condanna è rimanere al buio. Di più: rimanere al buio per propria scelta. Ritrovarsi ad essere persone che amano il buio. Amare le tenebre ed odiare la luce. Una condanna dunque che non viene da Dio, che anzi ha inviato il Figlio nel mondo perché il mondo sia salvato. La luce è venuta nel mondo e sempre viene. È l’uomo che spegne la luce, resta al buio, e poi piange di paura come un bambino. Eppure è proprio così, ed è il più grande dispiacere di Dio. Intere generazioni di adolescenti dormono di giorno e vivono di notte. Vestono tutti di nero, privi di colore, e ti guardano con occhi bui. Mai la luce fu più necessaria. Bisogna davvero che sia innalzato il Figlio luminoso di Dio. Bisogna che le opere buone, bisogna che le cose belle, vengano alla luce perché tutti si possano salvare dalla notte del cuore.

Gv 3,14-21   Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Lo spaccone

L’intima presunzione di essere giusti. E quale sarà la nostra intima presunzione? Spesso poi accade il contrario che ai tizi del vangelo. Accade cioè che l’atteggiamento esterno, e non quello intimo, sia quello del presuntuoso spaccone. Dobbiamo sempre mostrarci superiori a ciò che siamo, più forti, più intelligenti, più sapienti. Nell’intimo invece vi è una presunzione sì, ma di inferiorità: non so fare nulla, sono un fallito, non valgo niente. Questo intimo disprezzo per noi stessi ci rende privi di speranza, inattivi, sordi alle belle idee che Dio continuamente suscita in noi.

Lc 18,9-14   Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».