Sarà riflesso

L’immagine del lievito e della farina è conosciuta, tanto quanto è ormai raro preparare il pane in casa. Più facile è preparare il pane azzimo: acqua e farina, senza lievito. È il pane dell’eucarestia, un pane che attende di aumentare ed espandersi. Un pane che cerca chi faccia da lievito, cerca il cuore di chi lo faccia crescere in sé. Tu sei il lievito che espande l’eucarestia dell’altare. Tu, uscendo di chiesa, allarghi il suo raggio d’azione. Tu, cuore-lievito, espandi la presenza di Cristo nel mondo. Ma, come il lievito ha bisogno di tempo per agire, così tu devi dare tempo all’Eucaristia di incontrarti, di mescolarsi alla tua anima, alla tua vita. Prega. Raccogliti in silenzio e medita in te stesso. Altrimenti l’Eucarestia resta azzima, ridotta, invisibile, inefficace. Non dobbiamo fare tante Comunioni, ma essere Comunione. Essere mescolati con Cristo Risorto, come lievito e farina. Allora avverrà la crescita. E la terra sarà riflesso del cielo.

Lc 13,18-21 diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Per mestiere

Il problema di questo capo della sinagoga non era accertare l’autenticità della guarigione miracolosa. Non gli interessava, la dava per certa. Il problema era che in giorno di sabato non si deve lavorare: venite a farvi guarire nei giorni feriali, non di sabato! Eppure dovrebbe essere il contrario: una guarigione miracolosa non può che essere nel giorno di Dio! Anche le azioni più sacre possono diventare null’altro che un lavoro, un mestiere. Cosa resta se non c’è coinvolgimento personale, se manca emozione e se il cuore non batte forte? Che tristezza quando il prete “legge” la Messa col cuore altrove, quando la carità ha gli orari, quando i sacramenti hanno le tariffe. Quanta fede è spenta dal vedere questi burocrati del sacro, ridotti a passa carte della Chiesa! Quanto invece fa bene accorgersi che sotto le sacre vesti c’è un cuore che accelera i battiti, una voce rotta dall’emozione di proclamare parole in cui crede davvero. Evangelizzare non è un mestiere, è molto di più. Così come ogni mestiere può essere occasione di evangelizzazione.

Lc 13,10-17 Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Avvicinati

Lo interrogò per metterlo alla prova. Anche noi siamo messi alla prova da questa stessa domanda: quale è il grande comandamento? Quale legge interiore suprema ti guida? Amerai. Amerai Dio, te stesso, e il prossimo come te stesso. Una legge antica, scritta nella Bibbia ebraica. Una legge innestata su quella ancora più antica, naturale, fisica: resta vivo, proteggi te stesso e i tuoi. Resta vicino a chi ami, ama chi ti è vicino. Cosa dunque dice di nuovo Gesù, in un mondo in cui ogni albero è inciso di cuori e ogni muro reca scritte d’amore? Ciò che è nuovo non è il comando, ma il modo in cui Gesù lo visse. Prossimo significa vicino e lui amò persino chi gli si faceva vicino con cattive intenzioni, chi lo baciava per tradirlo, chi gli metteva le mani addosso per ucciderlo. Gesù amo ogni prossimo e si fece prossimo di ogni uomo.

Mt 22,34-40   I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Dopo una notte

Si parlava con un amico e si diceva che è impossibile negare la bontà e universalità del messaggio di Gesù di Nazareth. Chi potrebbe negare che, se tutti vivessimo come lui, il mondo sarebbe un paradiso di pace? Mi faceva notare che non vi è religione che non gli riconosca per lo meno un posto tra i santi e profeti. Anche un non credente vede in Gesù un modello di uomo di pace e fraternità cosmica. Forse l’unico errore che gli si potrebbe rimproverare, dicevo scherzando, è l’essersi scelto gli amici sbagliati… “Noi due compresi” rispondeva furbo. Eppure la sua scelta fu frutto di una notte di preghiera e, si sa, quando pregava faceva sul serio. Dunque, al di là delle battute, siamo stati scelti consapevolmente. Non lo seguiamo per caso.

Santi Simone e Giuda Apostoli Lc 6,12-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

E domani?

Quanta verità e quanto senso di esperienza umana in queste parole di Gesù. Quanto purtroppo ne siamo lontani! Valutare questo tempo; trovare un accordo con l’avversario altrimenti si paga fino all’ultimo. Ieri, in una classe, ho riproposto le immagini dell’invocazione alla pace vissuta insieme lunedì. Al vedere, tra le altre, anche la bandiera di Israele, un ragazzo nordafricano ha gridato “bruciamola!” immediatamente seguito dagli ucraini “morte alla Russia!”. Fa impressione trovarsi di fronte ad adolescenti carichi d’odio e rancore, desiderosi di vedere la morte del nemico. Sono nuvole che salgono da ponente portando pioggia. Direi tempesta. Stiamo seminando odio, insegnando vendetta, educando alla divisione. Noi che abbiamo visto cadere il muro di Berlino nell’89 e sciogliersi gli assolutismi dell’Europa Est; noi che abbiamo gioito per la fine dell’apartheid in Sudafrica con Mandela e De Klerk; noi che ricordiamo gli accordi di Oslo con Rabin e Arafat nel ’93; a noi viene da piangere nel vedere la guerra presentata come unica soluzione. Perché la guerra non è un problema soltanto oggi. Lo sarà domani, per generazioni. La guerra insegna. Insegna falsità ma le insegna bene. Sono lezioni indelebili, impresse nel cuore giovane di chi non ha fatto in tempo a studiare storia e già si trova a scriverla, già si trova a darne la sua versione inquinata d’odio e pregiudizio, già si trova a gridare “bruciate tutti!” e non sa nemmeno a chi lo dice. Vergogna a chi ancora crede che l’uso della violenza semini pace. Vergogna alla sua intelligenza.

Lc 12,54-59 Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Il fuoco sulla terra

Si sente forte che il vangelo fu scritto anni dopo la resurrezione. Anni di persecuzioni. Anni di incomprensioni e tradimenti persino all’interno delle famiglie: saranno divisi due contro tre e tre contro due. Non significa che l’evangelista inventò queste parole per motivare i martiri, attribuendole a Gesù stesso. Significa che ritenne importante riportarle, proprio perché Gesù le aveva realmente pronunciate anni addietro. Sorge allora una domanda: perché Gesù disse queste cose? Forse erano frutto della sua esperienza personale in famiglia? Dai vangeli non parrebbe così. Forse erano la risposta a qualche discepolo che gli aveva confidato problemi in famiglia a causa della scelta di seguire il Rabbì di Nazareth. Non lo sappiamo. Però è certo che sono parole verissime. Quando in coscienza si compiono scelte per il vangelo, quando in coscienza si prendono decisioni per potersi mantenere più fedeli a Gesù, non è detto che si venga capiti o stimati nemmeno dai propri cari. Bisogna metterlo in conto, ci avvisa Gesù. Poi, col tempo e la preghiera, i legami si rinsalderanno, le intenzioni si chiariranno. Ma se si attenderà l’unanimità degli assensi, non si deciderà mai. E si perderà Gesù.

Lc 12,49-53 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Di più

Ecco perché ci affrettiamo a dire che non stiamo poi così bene, che siamo pieni di problemi e che siamo a corto di risorse. Ecco perché, di fronte al dolore enorme di masse intere di popoli violentati dalla miseria, immediatamente rassicuriamo noi stessi dicendo che sono abituati. Come se ciò che vediamo fosse un po’ meno grave, un po’ meno ingiusto, un po’ più accettabile. Vedere, sapere, ci rende responsabili e noi non lo vogliamo. Perché la nostra coscienza ci dice che spetta a noi dare la razione di cibo a tempo debito al resto della servitù, come amministratori fidati e prudenti. Spetta a noi, se no a chi? A chi sta meglio di noi, a chi ha di più. C’è sempre chi ha di più, è vero. Ma c’è anche chi ha di meno, molto meno. Meno possibilità, meno occasioni, meno forza, meno cibo, meno “speranza di vita alla nascita”. Abbiamo una grande responsabilità: quella di curarci degli altri. Quella di capire che tocca a noi. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Stati_per_aspettativa_di_vita

Lc 12,39-48 Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Pronti

Questo gesto lo ritroveremo la sera dell’ultima cena. Gesù si stringerà le vesti ai fianchi e laverà i piedi ai suoi. Lascia senza fiato questa inversione delle parti, con il più grande che si fa servitore. Quando mai accade che un padrone al rientro serva i suoi servi? Eppure Gesù non riesce, nemmeno quando racconta storie, non riesce a non descrivere un mondo diverso, in cui grande è sinonimo di gran servitore. Pronti a servire. Non a combattere, non a difendersi, non a rispondere. Pronti a servire. Gesù è pronto a servirci. Lo può sperimentare chi, a sua volta, non dorme ma resta sveglio, pronto a rendersi utile.

Lc 12,35-38 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Sempre così

Ieri si è celebrata la 97ª giornata missionaria mondiale. Durante la messa sono state proiettate alcune fotografie di una coppia di sposi, missionari in Sudamerica dal 1976. Ovviamente le immagini del loro matrimonio e quelle di quest’anno, segnavano il tempo della loro missione. Invece le immagini della gente locale non sarei riuscito a metterle in ordine cronologico. Avrebbero anche potuto essere quelle scattate da me in Bolivia nel 2009 (vedi foto sopra). Stessi volti, stesse case, stesso abbigliamento e sempre la stessa maledetta miseria. Da noi basta dare un’occhiata alle auto o al taglio di capelli, e subito si capisce di che anno è una foto. Non così nei “paesi in via di sviluppo”, come ci ostiniamo a dire con ipocrisia. Se davvero fossero in via di sviluppo, i cambiamenti si vedrebbero e la gente, le case e le cose non sarebbero sempre le stesse. Ha ragione Gesù di Nazaret: anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede. Ma la vita degli altri sì! Perché l’accumulo di tesori per sé implica per forza la carenza per altri. Teniamoci dunque lontani dalla cupidigia e opponiamoci con la generosità e la condivisione a questa logica mondana.

Lc 12,13-21   uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Sino ai confini

97ª giornata missionaria mondiale. Tutti viaggiano, tutti si spostano da una parte all’altra della terra. Si parte per fare la guerra e conquistare il paese altrui, si parte per fare fortuna e tornare arricchiti. Partono gli esploratori, partono gli astronauti, partono i disperati in fuga da guerra e fame. Si parte perché è bello viaggiare e visitare altri paesi. Partire in missione è questo e molto di più. Partire in missione di certo non è e non deve essere un andare per convincere e imporre la propria visione della vita, fosse anche la verità del vangelo di Gesù. Difficile è trovare un equilibrio e nella storia sono stati commessi molti errori, ma altrettante sono state le opere di bene. Missione è vivere con la gente che hai raggiunto lontano da casa tua. Sentire tuoi i problemi, la cultura, le speranze di quella gente. Ci dice oggi Papa Francesco nel suo messaggio: “Ogni discepolo missionario è chiamato a diventare, come Gesù e in Lui, grazie all’azione dello Spirito Santo, colui-che-spezza-il-pane e colui-che-è-pane-spezzato per il mondo. A questo proposito, occorre ricordare che un semplice spezzare il pane materiale con gli affamati, nel nome di Cristo, è già un atto cristiano missionario. Tanto più lo spezzare il Pane eucaristico che è Cristo stesso è l’azione missionaria per eccellenza, perché l’Eucaristia è fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. Chi segue il vangelo, porta il vangelo. E il vangelo si porta in un modo soltanto: con le opere di misericordia. Ecco perché ove giunge un missionario sorgono ospedali, scuole, pozzi d’acqua e campi coltivati. La prima missione è andare ad amare tutti, sino ai confini del mondo.

Mt 22,15-21 i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

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