Famiglia

da DILI TIMOR EST La fraternità, ecco cosa predicava Gesù con le parole e coi fatti. Fratello, si sentiva semplicemente fratello. Ogni tipo di autorità derivante dalla gerarchia non gli serviva. La sua forza interiore era tale che l’autorevolezza della sua presenza bastava. Se si distingueva dagli altri non era per i gradi né per i titoli, ma semplicemente perché amava più fortemente. Non gli servivano vesti, uniformi, anelli a farlo diverso dalla gente. Fratello, voleva essere semplicemente un fratello. Voi siete tutti fratelli, diceva sempre. Ieri quattro giovani hanno aperto un piccolo locale in città, anche con il nostro aiuto. Perché non convocare proprio qui tutti quelli che avrebbero voluto salutarmi prima della partenza? Davanti ad un grosso piatto di patatine fritte, una ragazza mi dice “Your best present for us are all these connections, il tuo più bel regalo sono queste connessioni. Io non conoscevo lei, né lui. Ma tu conoscevi ciascuno. E sempre crei occasioni per farci conoscere l’un l’altro. You make us a family, tu ci fai diventare una famiglia”. Voi siete tutti fratelli. Noi siamo tutti fratelli.

Mt 23,1-12 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Se anche uno solo

da DILI TIMOR EST        Lo interrogò per metterlo alla prova. E lui rispose: amerai. La prova più grande è l’amore. Siamo provati dall’amore ed è l’amore la prova che cerchiamo negli altri. “Sei molto buona”, scrivevo ieri a una ragazza che, malata, sotto il sole cocente andava a piedi ad aiutare un’amica. Mi rispondeva “Ita mak diak liu, sempre hanoin ami hare ami hadomi hau nia oan hadomi ami familia no hadomi ema hotu”, tu sei più buono, pensi sempre a noi, ci curi, ami la mia bambina, ci ami come una famiglia e ami tutti. Gliel’ho lasciato dire, ma non ci credo. Anzitutto perché uno solo è buono. E poi perché è troppo facile risultare buono con chi non ha nulla. Si è subito eroi, insomma. Eppure è anche vero che qui nessuno è fesso e a quanto pare si sono accorti che non ci siamo limitati a lanciare dollari dalla veranda con superiorità. Vi ringrazio a nome loro, perché se ho potuto pagare qualche affitto, rata universitaria e qualche chilo di riso, è solo grazie a chi alla stima ha unito qualche euro. Se in queste sette settimane di polvere e smog e lamiere qualcuno si è sentito amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, allora vuol dire che grazie a Dio siamo riusciti a vederLo nei fratelli e amarli con l’amore che si deve a Lui. E se così fosse, se anche una sola persona si fosse sentita trattata da dio, a noi basterebbe per essere felici.

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 Mt 22,34-40     I farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Vieni mondo

da DILI TIMOR EST Vieni e vedi. Vieni a vedere il figlio dell’uomo, vieni a vedere i figli dell’umanità. Se resti all’ombra del fico, se resti cioè all’ombra del campanile, non vedrai cose più grandi. Vedrai sempre e solo ciò che già conosci. Cose sante e giuste, ma non sono tutte. Non avere paura, vieni e vedi. Làsciati scuotere, làsciati commuovere, làsciati inquietare: anche dalla miseria può venire qualcosa di buono per te, che ti farà crescere. Forse non potrai mai venire qui a Dili, o andare sulle Ande o nelle baraccopoli del Brasile, ma puoi invitare il mondo a venire da te. Informati, leggi, segui fotografi seri, lascia che il mondo entri in te, nei tuoi interessi. Vieni mondo, vedi come siamo chiusi e provinciali, come ignoriamo tutto credendo di sapere la verità. Vieni Signore, apri i nostri occhi perché possiamo “vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli, fa’ che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti”.

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San Bartolomeo Apostolo Gv 1,45-51 Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Il peso della giornata

da DILI TIMOR EST Sembra che il mondo che abbiamo costruito vada davvero in direzione opposta a questa parabola. Qui il padrone è accusato di ingiustizia perché dà a chi ha lavorato meno la stessa paga di chi ha lavorato di più. Nel mondo reale accade il contrario. Accade cioè che, a parità di ore lavorate, vi sia chi prende infinitamente meno. Proprio ieri, con la foto qui sotto, spiegavo quanto sono alti i prezzi qui se paragonati al salario. “Come è possibile che i prezzi non siamo adeguati agli stipendi della gente?”, mi chiedeva qualcuno dall’Italia. Sembra banale, ma se i prezzi fossero ridotti o aumentati proporzionalmente al salario, saremmo tutti ricchi uguali. Sarebbe solo una questione di zeri. Povero infatti non è solo chi non ha soldi ma chi, avendoli, si trova ad affrontare un costo della vita assai superiore al nostro. Senza parlare delle condizioni reali di lavoro. Infatti non solo a parità di mansione vi è chi prende molto meno, ma accade pure che coloro che hanno alti salari lavorino meno tempo o comunque in condizioni assai migliori (flessibilità d’orario, di luogo, ecc). Questo è il nostro mondo. E ancora diamo dell’ingiusto a Dio perché perdona e ama chi si mette a seguire il vangelo solo alla fine della giornata? Ma questi non siamo forse noi?

Ipotizzando per semplificare un salario medio italiano di 1200 (dieci volte quello di qui) è come se il prezzo di 12 uova fosse 17,5 e quello della carne 18

Mt 20,1-16 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Dai cieli

da DILI, TIMOR EST “Dopo aver letto quello che scrivi, come si fa ad andare avanti nel nostro bell’agio?”, mi scriveva ieri un’amica e continuava “mi sento quasi in colpa di vivere nella parte più fortunata del mondo”. Ma nessuno ha colpa se nasce ricco, bello e sano. Ha colpa se “va avanti nel suo bell’agio” pur consapevole dei bisogni altrui. Ha colpa se non entra nel regno dei cieli, cioè se non assume come propria la mentalità di Dio, il suo modo di vedere le cose e risolvere le difficoltà. Il problema dei ricchi, ci dice Gesù, non è d’essere ricchi ma d’essere ciechi. Non vedono. Non si accorgono. Non capiscono. Difficilmente entreranno in una visione diversa della vita. Non avendo mai minimamente sperimentato la miseria, vivranno convinti che non esista. O convinti che i poveri siano responsabili della loro povertà, come loro sono artefici della propria ricchezza. False entrambe le affermazioni, dato che nessuno sceglie dove e da chi nascere. Il ricco ha però una grande opportunità. Mentre il povero non può sperimentare la ricchezza, il ricco può fare esperienza di povertà. In un certo senso, è ciò che sto facendo io. Ho comprato il biglietto aereo, affittato una casa, ho persino dovuto andare in Svizzera a comprare il vaccino anti colera. Solo un ricco può farlo. E ciò per cosa? Per sperimentare un poco la vita di chi vive qui. Per capirla più da vicino e sperare di entrare nel regno dei cieli, di vedere le cose da una prospettiva diversa, più alta. Dai cieli.

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Mt 19, 23-30 Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».

Hare dalan

da DILI, TIMOR EST L’ho già detto e ne sono sempre più convinto: vi sono luoghi e situazioni in cui è molto più facile leggere il vangelo. Certo, bisogna andarseli a cercare questi luoghi, perché spesso sono nascosti. Ieri alcuni amici mi hanno portato a vedere un parco di mangrovie in riva al mare. Qualche famiglia passeggiava, scattava foto, come si è soliti fare un po’ dappertutto alla domenica pomeriggio. Al rientro ho chiesto d’essere accompagnato alla discarica della città. All’inizio non si vedeva che una distesa di rifiuti fumanti. Poi il ragazzo mi ha indicato “labarik, leten”, dei bambini lassù. Eccola, la domenica dei bambini più poveri. È uguale al lunedì, è uguale ad ogni altro giorno di questa vita in discarica, la vita di chi non è in carico a nessuno. Raccolgono barattoli di metallo o plastica, li andranno a rivedere per qualche moneta. Al vedermi si intimidiscono, si compattano, si girano, si portano la maglietta al volto. Si vergognano e hanno paura. Non dovrebbe essere il contrario? In quella discarica ci sono anche i miei rifiuti. Cosa devo fare? Non posso andarmene senza averli salutati, rotto la barriera. Non posso fuggire con le loro immagini senza aver detto loro chi sono. In fondo allo zaino trovo quattro caramelle e, mostrandole come una bandiera bianca, mi avvicino. Parlo loro, gli dico il mio nome, da dove vengo, tendo la mano al bambino e ricambia sorridendo. Stringo tutte quelle manine, nere come il carbone (vedi foto sotto). “Da da”, ciao ciao, li saluto prima di andarmene. “Hare dalan”, mi dice la più grande, quella che in foto si copre il volto. Hare dalan, buon viaggio, letteralmente “guarda la strada”. Mi ricorda sempre il saluto scout “buona strada”. Già, hare dalan, qual è la strada per entrare nella vita? Nella vita vera, quella che vivono veramente milioni di persone. Vieni e seguimi!, dice Gesù. Dove vai, maestro? Vado a dare ai poveri tutto quello che possiedo. Vado a entrare nella vita.

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Mt 19,16-22 un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Se pensasse come noi

da DILI, TIMOR EST Lo fece apposta, ne sono certo. Figuriamoci se Gesù, davanti ad una madre che lo implora per la figlia, tira dritto come nulla fosse. Dall’insieme dei vangeli sappiamo che non faceva mai così. Quel giorno fece un po’ di teatro. Drammatico teatro, tanto da spingere il suo pubblico, i discepoli, a protestare: esaudiscila! Ma lui insistette recitando il copione che loro stessi avevano scritto: il Messia sarà inviato solo alle pecore perdute della casa d’Israele e non è bene dare ai cani (pagani) il cibo dei figli (di Israele). Poi uscì dal dramma, smise di recitare la loro parte, e tornò a fare Gesù: donna, avvenga come tu desideri. Che ne sarebbe del mondo, se da oggi Gesù iniziasse a ragionare come noi, se ad ogni bisognoso della terra rispondesse con le nostre risposte? Un continuo di “cèrcati un lavoro, stai a casa tua, non posso farci nulla, è un’invasione, barbone, lo sai che il mare è profondo, anche noi abbiamo problemi”… Si fa in fretta a dispensar consigli e soluzioni. Diverso è quando chi ha bisogno è lì, davanti a te, e tu devi decidere. Devi ripetergli le idiozie che dicevi da lontano, devi trovare la forza di girargli le spalle, di lasciarlo nel suo pianto. Ma se la forza non la trovi e cambi idea, sii felice. Stai per diventare umano.

Mt 15,21-28 partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Bambini

da DILI, TIMOR EST Noi abbiamo forse una lettura romantica di questa pagina di vangelo. In alcune chiese ci sono affreschi zuccherati, con un Gesù circondato da bimbi che pare la suora dell’asilo parrocchiale. Andrebbero coperti con foto come questa e come tante altre. Ma non basterebbe, perché noi pranziamo guardando immagini di bimbi morenti di fame e queste immagini ci hanno vaccinato contro la miseria. Abbiamo una visione romantica anche della povertà e del bimbo povero. “Non hanno nulla ma sono felici”, ci affrettiamo a dire. E diciamo il vero, perché i bimbi sono innocenti e ingenui. Stanno nel presente, incuranti del futuro e senza nostalgia del passato. Noi vorremmo essere come loro, semplicemente presenti nell’attimo di vita che viviamo. Ma ciò non ci esime dal sapere che molti bambini il futuro non l’hanno. Qui a Timor Est, il 40% dei bambini ha gravi problemi di malnutrizione. Si mangia quello che c’è, quando c’è. Come cresceranno, con quali energie affronteranno una malattia o anche solo la crescita dell’adolescenza? La cosa è serissima, soprattutto se pensiamo che i prezzi vanno aumentando ad una velocità impressionante. “Oh, non parlarmene, anche qui è un disastro”, mi dicevano dall’Italia l’altro giorno, inconsapevoli dell’idiozia pronunciata. “Come ci resisti qui?”, sbottavo ieri con una studentessa che mi coglieva in un momento di rabbia davanti all’ennesima inefficienza. “Slave of Timor”, schiava di Timor, diceva tra sé e sé. Bimbi nati incatenati alla miseria. Se anche ne liberassimo uno soltanto, ci sarebbe da essere felici.

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Mt 19,13-15 furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».
E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Jerasaun

da DILI, TIMOR EST Di ritorno da Atauro, ci concediamo una sosta davanti a un bicchiere d’acqua fresca. Parte, tra le ragazze, un confronto sul “barlaki”, il “prezzo della sposa”. Provengono da parti diverse di Timor con relative tradizioni differenti. “Da noi il fidanzato deve portare settantasette bufali; da me il barlaki è con le capre; io invece sono gratis…” e la conversazione attira risate di turisti e locali. Sono belle ragazze, universitarie in jeans e cellulare, e parlano di tradizioni antichissime con una naturalezza che sorprende. I frati giunti qui coi portoghesi portarono certo il Battesimo, ma non il matrimonio. Intendo dire che non insegnarono a nessuno che unire la propria vita a quella di una donna e viceversa è cosa seria. Lo sapevano già eccome, tanto da renderlo impresa ardua chiedendo in pegno settantasette bufali. Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi, verrebbe da dire con il vangelo. Ora accade spesso che la celebrazione del barlaki sia seguita, immediatamente o dopo anni, da quella cattolica in chiesa. Le ragazze però mi dicono che purtroppo anche qui sta andando tutto a gambe all’aria. Il nostro pessimo esempio sta arrivando e c’è chi si mette a vivere con il partner senza alcuna forma di ufficialità perché non conviene sposarsi. Jerasaun, nuove generazioni, mi dicono un po’ tristi a vedersi ridotte così. Senza forma, senza firma, senza ferma pubblica volontà dell’uomo capace di portarle a letto ma incapace di portarle all’altare. Ragazze che restano girlfriend tutta la vita, magari con un bimbo in braccio e un marito-boyfriend che lavora chissà dove, chissà con chi…

Mt 19,3-12 Si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».

Bee manas

da MAQUILI, ATAURO, TIMOR EST         Con la bassa marea, affiorano acque così calde (bee manas) da asciugare le grandi pietre tonde rendendole rossicce. In questo spettacolo un po’ infernale, tra i vapori e il vento, si aggirano i bambini in cerca di molluschi da cuocere immediatamente nell’acqua e mangiare con gusto. Che ne sanno loro del perché acqua dolce bollente emerga dal fondo del mare. Che ne sappiamo noi del fuoco che ci viene risparmiato, delle volte che siamo perdonati, accettati, giustificati. Siamo così, come questo bambino: che ci vuole a scivolare e ustionarsi? Ma non accade quasi mai. Può accadere che qualcuno non abbia proprio la forza di perdonarci, che gli occorra tempo o forse una vita. Ci serva a ricordare che tutte le altre migliaia di volte non ci è successo nulla, che abbiamo continuato a sorridere dando per certo il perdono altrui. Così come gli altri danno per certo il nostro.

Mt 18          Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.