Alcuni avevano l’intima presunzione di essere giusti. Che bei tempi! Adesso invece quest’intima presunzione è molto diffusa, non è più solo di alcuni. Forse potremmo dire che dilaga fino a comprendere tutti. Persino il bimbo di prima elementare guarda la maestra dall’alto in basso, pronto a darle lezioni. Perché non è solo questione di non sapere più chiedere scusa a Dio e al prossimo. È anche un problema di evoluzione. Chi infatti si sente sempre nel giusto, non crede di aver nulla da imparare. Presumendo di essere completo, smette di cercare. Una società di presuntuosi è una società di ignoranti. È la nostra società. Fortuna che in qualche angolo della terra c’è qualcuno che sa ancora inginocchiarsi.
Lc 18,9-14 Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Era già tutto scritto nella Bibbia, quella che noi chiamiamo antico testamento. Ama il tuo prossimo come te stesso è scritto nel libro del Levitico (19,18). È scritto tra molti altri precetti, per questo quello scriba chiese a Gesù qual è il primo dei comandamenti. La grandezza del Maestro fu proprio quella di focalizzare i due comandi dell’amore, senza i quali tutti gli altri perdono senso. Chissà anche a noi quante parole di Gesù sfuggono, avvolte nella nebbia di ricordi fumosi, di belle parole sentite ma chissà dove, di propositi giusti mai attuati, di desiderio di approfondire sempre messo nel cassetto. Qual è la pagina di Vangelo che segna la tua direzione, almeno in questo periodo? Quale il versetto che è divenuto il tuo motto? Attraverso quale vangelo guardi la vita?
Mc 12,28-34 Si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Diavolo vuol dire divisore. Come tutti i professionisti seri, questo angelo malvagio conosce bene la sua arma. La divisione è infatti strumento efficacissimo e letale. Divide et impera, crea divisione tra i tuoi nemici e li comanderai, dicevano i romani, maestri di guerra ma pure di corruzione, favoritismi e calunnie, lievito delle divisioni. Viceversa, sarà difficile scalfire la compattezza di ogni avversario. Gesù fa notare tutto ciò a chi sostiene che lui scacci i demoni con l’aiuto del capo dei demoni. Il divisore non si divide mai. E noi invece? Noi che seguiamo il re dell’unità, colui che è uno-con-Dio, noi poniamo attenzione a non dividerci da lui e tra noi? Chi non è con me è contro di me. Come l’aria fredda, è nelle fessure che si insinua il male. Basta un lieve manifesto disaccordo e il gioco è fatto. “Prof meno male che c’è lei perché gli altri sono noiosi…”, ci prova il tentatore, sonda il terreno in cerca di crepe. “Eh sì, ti piace così tanto ascoltarmi che in due secondi il banco diventa per te un cuscino”, rispondiamo sorridendo. E il demone torna muto.
Lc 11,14-23 Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».
Non si può restare a riva. Bisogna prendere il largo. Sempre più in là. Ma anche il navigatore più esperto che in solitaria attraversa i mari, sa di essere partito da una riva. Non lo nega. Quell’acqua non è diversa o meno acqua di questa che ora naviga. Il mare aperto è compimento della riva. Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
Mt 5,17-19 Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
Sembrerebbe veramente un tuffo nell’antico testamento, questa pagina. È anche difficile credere che dicesse sul serio Gesù, tanto siamo abituati a vederlo perdonare per primo persino quelli che non son pentiti. Sentirgli dire che il Padre non perdonerà a noi se non perdoneremo di cuore ai nostri fratelli, ci lascia un po’ perplessi. Forse però non aveva altro modo per farci capire quanto ci tenga al perdono reciproco. Non aveva altra via per metterci di fronte all’importanza centrale del perdono. Malumori, divisioni, relazioni sfasciate, dispetti, vendette, guerre: ecco il frutto marcio di un mondo che non perdona e non sa perdere. Vincere, bisogna solo vincere. Ma non c’è altra via che il perdono, non fino a sette ma settanta volte sette. Cioè sempre, senza contare, in un circolo di eterno reciproco perdono. Chissà che, se non per l’esempio di Gesù, almeno per la sua minaccia prendiamo in considerazione seria l’idea di perdonare. Ma come potremo trovare la forza di perdonare, se prima non capiremo di essere noi quelli che sono stati perdonati per primi dagli altri?
Mt 18,21-35 Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Questa idea che vada curato per primo chi è messo peggio ci va bene, purché si riconosca che chi è messo peggio siamo noi. Se invece ci danno solo il “codice giallo”, iniziano le lamentele. Gesù non fece che dire questo, quel giorno: Dio cura i più malati. A chi è meno malato, Dio chiede di dargli una mano. Il popolo di Israele era stato eletto proprio come aiuto scelto del Signore. Eppure non tollerava la sola idea che le genti esterne fossero anch’esse salvate e, magari, salvate per prime. Però, a pensarci bene, non è male essere chiamati a collaborare in prima persona con la Provvidenza di Dio. È bello essere inviati da lui a portare aiuto e conforto a chi nemmeno lo conosce. Insomma, dovrebbe darci una certa carica essere investiti di tanta responsabilità. A proposito di responsabilità, ricordiamo oggi 10 anni di pontificato di Francesco.
Lc 4,24-30 Gesù cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Come e dove ci può capitare di incontrare il Signore, di sperimentare la sua presenza attiva nella nostra vita? Proprio quando ci pare meno probabile. Magari proprio quando siamo stanchi e distratti, come quel giorno la donna samaritana al pozzo di Sicar.
Gv 4,5-42 Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Ve la ricordate questa foto? La scattai esattamente un anno fa, la sera dell’11 marzo, in Italia, al volante di un’auto ucraina. Non volevo dimenticare quel momento, mentre guidavo da solo ciò che restava della vita di una famiglia. Dietro di me, accatastati sul sedile e nel baule, sacchi di vestiti, giocattoli, cibo, scarpine di bimbo. La famiglia ucraina era al sicuro su altre auto, senza più la forza di guidare, ormai sopraffatta dalla stanchezza della fuga. Li avevo conosciuti anni prima, a Kiev, quando non erano nemmeno sposati e si prodigavano per i profughi del Donbass, durante la prima guerra. Quella che avrebbe dovuto e potuto restare l’unica. Questa è una guerra tra fratelli consanguinei, e sarebbe più onesto chiamarla guerra civile, combattuta spesso tra parenti, nella stessa lingua, pregando allo stesso modo lo stesso Dio davanti alle stesse icone. E ancora tutti a credere che si otterrà pace con le armi. Pace. Shalom. Una parola così sacra e così bestemmiata in questo anno.
Lc 15,11-32 Gesù disse questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Narrò la parabola ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e raccontò di mancanza di rispetto, violenza, incomprensioni. I suoi ascoltatori di riguardo si lasciarono coinvolgere, risposero che giustamente la vigna sarebbe stata data ad altri. Gesù allora uscì dalla parabola e parlò diretto: è a voi che sarà tolto il regno di Dio! Essi allora cercavano di catturarlo, comportandosi esattamente come quelli della parabola. Non ci piace mai scoprire di essere noi i colpevoli e mancanti. Come reagiremmo, se ci dicessero che la parabola parla di noi, della nostra civiltà in secca, delle nostre chiese vuote, senza entusiasmo né frutti? Come reagiremmo se ci dicessero che siamo dei buoni a nulla, con la fede di un lombrico e la speranza di uno struzzo?
Mt 21,33-45 Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Nessuno ci ha mai detto come sarà questo aldilà di cui un tempo si parlava di più. Soffiato l’ultimo respiro, chi resterà più sorpreso? L’ateo che afferma di essere solo materia e di scomparire con la morte, si ritroverà vivo fuori dal corpo e sarà meravigliato, forse un po’ imbarazzato. Chi crede in una vita dopo la morte fisica, sarà felice o deluso. Certo sarà meravigliato dal senso di libertà e di luce, ma pure noterà di essersi portato di là le stesse dinamiche che lo guidavano quaggiù. Il ricco della parabola aveva vissuto una vita scavando abissi di separazione tra sé e gli accattoni. La soglia della sua casa era divenuta un confine che non si poteva passare. Non aveva mai rivolto una sola parola al povero Lazzaro e, infatti, anche nell’aldilà continua a non parlargli. La barriera che aveva costruito, è ancora viva e forte. È permanente e lo intrappola. È il riflesso esatto, il prolungamento naturale della sua vita terrena. È paradiso o inferno. È specchio di ciò in cui crediamo.
Lc 16,19-31 Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».