Non è questione di abbandonare, ma di lasciare. Ben più difficile. Le case, i fratelli e le sorelle, il padre e la madree i figli e i campi sono ancora lì, ci hai a che fare tutti i giorni, ma tutti i giorni li lasci. Li lasci magari solo per mezz’ora, ma li lasci. Vorresti restare, ma li lasci. Ti ritiri a pregare, a meditare, vai ad aiutare qualcuno che non è della famiglia. Poi torni con un cuore cento volte più luminoso. Perché hai lasciato e hai consacrato del tempo a Gesù solo. Per davvero però. Non tanto per dire…
S.Benedetto Mt 19,27-29 Pietro, disse a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».
E chi è il mio prossimo, colui che devo amare come me stesso? Quanto vicino deve essermi l’altro perché lo debba considerare prossimo da amare e non lontano da ignorare? Qual’è il confine della prossimità? Forse la parentela, forse la nazionalità o la religione. Chi è il mio prossimo, in questa società violenta che ci educa ad aver paura di tutti? Chi mi si approssima, mi rapina. Chi dovrebbe curarsi di me, passa oltre. C’è qualcuno che mi si fa vicino con buone intenzioni? Ascolta l’audio ⬇️
Lc 10, 25-37 Un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Spesso i discepoli superano i loro maestri, lo sappiamo. Gesù stesso disse ‘farete cose più grandi di quelle che faccio io‘. Tutta l’evoluzione umana è un superare il maestro e non restare a ripetere da fermi i suoi insegnamenti. Altrimenti vivremmo ancora sugli alberi mangiando frutti di raccolta. Ma tutto ciò è avanzare dal punto in cui i nostri maestri ci hanno portato. Diverso è sentirsi più grandi del maestro, credersi superiori a lui e, dunque, non più bisognosi di istruzione. Il discepolo che si ritiene più grande del maestro, cessa di ascoltarlo e non è più discepolo. Come il nano sulle spalle di un gigante che, credendosi più alto, scende. E scompare. Puoi annunciare dalle terrazze solo ciò che hai ascoltato all’orecchio. Ogni maestro è a sua volta discepolo.
Mt 10, 24-33 Disse Gesù ai suoi apostoli: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Continuano le “istruzioni per l’uso” di un viaggio missionario. Il viaggio della vita, si intende, non certo solo i viaggi veri e propri tra genti lontane. Predicate, guarite, entrate nelle case, diceva ieri Gesù. Guardatevi dagli uomini, aggiunge oggi. Sì, perché non si va in missione tra gli umani senza consapevolezza di come siano fatti, di cosa cerchino. Gli umani hanno fame, una fame da lupi. Fame di tutto: cibo, vestiti, auto, soldi, divertimento. Fame di avere ragione, di essere ascoltati, stimati, desiderati. Cercano amore e non gli basta mai. Sono come lupi insaziabili e voicomepecore. Avete cioè energie limitate, avete a vostra volta bisogni, siete mortali. Mortalmente mortali. La gente non farà troppi complimenti con voi, non vi chiederà certo se siete stanchi. Insinuandovi sensi di colpa e ricatti affettivi, vi manipolerà per saziarsi. Ma voi siate semplici come colombe. Siate cioè quello che siete. Non giocate ruoli non vostri. Soprattutto non prendete il posto di Dio. Abbiate il senso dei vostri limiti. Il serpente lo potrebbero schiacciare tutti, eppure non accade. Il pericolo lo avverte prima e si ritira prudente per tempo. Siete missionari. Ma siete uomini. Siate uomini.
Mt 10,16-23 Disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».
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In un mondo che ci insegna a difendere a costo della vita (altrui) le nostre cose, queste parole ci riportano in equilibrio. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Per quanto sia vero che ci siamo conquistati con l’onesto sudore della fronte i denari, la casa e le cose che abbiamo, si tratta pur sempre di una piccola punta di iceberg. La gran parte di ciò che è nostro ci è stato dato gratuitamente. La terra in cui siamo nati, la famiglia che ci ha formato, i servizi statali di cui abbiamo usufruito, il corpo che abitiamo, ecc Più ci pensiamo, più l’elenco del gratuitamente ricevuto si allunga. La gratitudine e la generosità saranno l’unica risposta possibile. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Mt 10,7-15 Disse Gesù ai suoi apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».
Non sulle persone ma sui mali che le affliggono. Questo è il potere che Gesù diede ai Dodici. Il potere di scacciare gli spiriti impuri e guarire ogni malattia e infermità. Forse dalle nostre parti con spiriti impuri possiamo ormai permetterci di intendere genericamente i disagi psicologici. Non dimentichiamo però che in molti luoghi della terra di usa ancora invocare forze spirituali malvage per fare del male al prossimo. Non è certo qui che vogliamo parlare di magia nera e riti vudù, ma è bene non dimenticare che sono realtà che affliggono molti e da cui lo Spirito Santo ci libera.
Mt 10,1-7 Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
Ce li immaginiamo che emettono urla impressionanti, per questo un indemoniato muto ci sembra davvero strano. Eppure siamo un po’ tutti indemoniati muti perché parliamo, forse troppo, ma le nostre parole non divengono opere. Gli operai sono pochi. Per il maestro invece, parole e opere erano un tutt’uno. Passava per città e villaggi insegnando, predicando, guarendo. C’è qualcuno tra noi che ancora vuole imparare? Ascoltare una predica su Dio? Guarire dai suoi mali? Ci sentiamo tutti insegnanti, predicatori e dispensatori di cure. Ma saremo muti e inefficaci finché non torneremo alunni, discepoli e bisognosi di guarigione.
Mt 9,32-38 Presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Mentre la donna ha una storia di malattia, ha una fede, un’astuzia, un piano; mentre di lei sappiamo di cosa è malata e da quanto e con che forza desideri guarire, della fanciulla non sappiamo nulla. Sappiamo solo che è morta e che è in casa. Dorme, dice Gesù, perché per lui rianimare un morto è semplice come svegliare un vivo. Per noi invece è difficile a volte persino svegliare i nostri figli vivi, e ci si spezza il cuore a vederli senza un sogno o una domanda, tanto sanno già tutto. Vorremmo prenderli per mano anche noi, e rialzarli. Vederli lottare per grandi cose, arrabbiarsi e schierarsi in difesa dei deboli, agire per un mondo migliore non solo con un like ma per davvero. Forse se vedranno mani convincenti, le afferreranno.
Mt 9,18-26Mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
Quelli che operano il bene sono pochi, il lavoro da fare è però moltissimo, come moltissima è la gente bisognosa di pace, di guarigione, benedizione ed attenzioni. Vi mando – dice Gesù – e la gente affamata d’amore vi “sbranerà” come lupi con gli agnelli. Dopo essersi sfamati del vostro amore, sfameranno loro stessi voi. Scoprirete così d’aver famiglia ovunque e non sarà necessario fermarsi a salutare parenti lungo il cammino. Il figlio dell’uomo – ricordate? – non ha dove posare il capo, perché il capo lo posa ovunque. Ascolta l’audio ⬇️
Lc 10 Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Ce l’ha già detto in altri modi: non è venuto ad abolirela legge di Dio, ma a darle pieno compimento. Non è venuto a creare strappi e spaccature tra vecchio e nuovo. Tutto con lui è nuovo, come è nuovo il frutto rispetto al fiore che l’ha preceduto. E per avere uno devi perdere l’altro. Eppure, senza quello non ci sarebbe questo. Se sei con Gesù, non fai del digiuno uno scopo di vita. Nutrire gli altri è la tua missione. Ma solo chi ha fatto esperienza di digiuno, ha la forza di donare il proprio cibo.
Mt 9,14-17 Si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».