Nessun segreto nel vangelo né nella vita di Gesù. Misteri sì, tanti. Cioè aspetti della sua persona, scelte da lui compiute, rapporto che aveva con Dio, che non riusciremo mai a comprendere del tutto. Ma segreti non ne aveva proprio anzi, faceva di tutto per comunicare il suo messaggio. Per questo era venuto in terra, per manifestare a tutti la via della gioia. Ma chi crede di avere già capito tutto, resterà con nulla in mano. Il vangelo è davanti a noi, ci siamo entrati con la punta del piede. Tutto è ancora da capire.
Lc 8,16-18 Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».
109ª giornata del migrante e del rifugiato Il padrone della vigna si accorge che alcuni non hanno avuto le stesse opportunità degli altri e cerca rimedio. Anzitutto li invita a lavorare e poi li paga tanto quanto gli altri. Il padrone vede il problema. “Il vero male sociale non è tanto la crescita dei problemi, ma la decrescita della cura. Chi oggi si fa prossimo dei giovani lasciati a sé stessi, facili prede della criminalità e della prostituzione? Chi se ne prende carico? Chi è vicino alle persone schiavizzate da un lavoro che dovrebbe renderle più libere? Chi si prende cura delle famiglie impaurite, timorose del futuro e di mettere al mondo nuove creature? Chi presta ascolto al gemito degli anziani soli che, anziché esser valorizzati, vengono parcheggiati, con la prospettiva falsamente dignitosa di una morte dolce, in realtà più salata delle acque del mare? Chi pensa ai bambini non nati, rifiutati in nome di un falso diritto al progresso, che è invece regresso nei bisogni dell’individuo? Oggi abbiamo il dramma di confondere i bambini con i cagnolini. Questa confusione ci dice qualcosa di brutto. Chi guarda con compassione oltre la propria riva per ascoltare le grida di dolore che si levano dal Nord Africa e dal Medio Oriente? Quanta gente vive immersa nelle violenze e patisce situazioni di ingiustizia e di persecuzione! E penso a tanti cristiani, spesso costretti a lasciare le loro terre oppure ad abitarle senza veder riconosciuti i loro diritti, senza godere di piena cittadinanza. E poi c’è un grido di dolore che più di tutti risuona, e che sta tramutando il mare nostrum in mare mortuum, il Mediterraneo da culla della civiltà a tomba della dignità. È il grido soffocato dei fratelli e delle sorelle migranti”. (Papa Francesco) https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2023/september/documents/20230923-marsiglia-rencontres-mediterraneennes.html
Mt 20,1-16 Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Piovono, piovono come semi in terra le occasioni di fare del bene. A noi sta non lasciarle cadere nel nulla. In questa parte di mondo dove tutto abbonda, abbiamo imparato che non si può prendere tutto. Cibo, vestiti, occasioni culturali, ricreative e caritative: dovessimo mangiare, ascoltare, incontrare tutti e tutto, non ci basterebbero dieci vite. Davanti alla proposta, scatta spesso in noi un meccanismo automatico che ci fa rinviare, aspettare, non decidere. Tanto, se non è oggi sarà domani, se non è questo sarà altro. Paradossalmente, perdiamo più occasioni di chi ne ha meno di noi. Tante volte non è la cattiveria né l’egoismo a farci dimenticare i bisognosi, ma è l’eccesso di possibilità, la convinzione di poter sempre recuperare l’occasione. Quando però stiamo male o siamo preoccupati, ci accorgiamo quanto è lungo un minuto e vorremmo che la soluzione giungesse subito. Siamo un po’ come chi ha fame: vuole mangiare ora, non domani. Il bene va fatto bene e va fatto adesso. Leggi un ricordo personale del Presidente Napolitano ⬇️
UN RICORDO PERSONALE Era il 2013 e i tempi erano difficilissimi, per i cappellani di San Vittore. Venni a sapere da un detenuto che il Presidente della Repubblica sarebbe giunto in visita al carcere. Mi recai subito dalla Direttrice chiedendo se fosse vero e lo confermò. Essendo io l’unico cappellano presente e dunque l’unico rappresentante della Chiesa, domandai dove fosse previsto il mio saluto formale al Presidente. “Non è previsto, puoi anche non venire”, mi rispose la Direttrice. Con la scusa del bisogno di spazio, questa signora aveva fatto demolire l’altare ottocentesco posto al centro della “rotonda”, il grande spazio alla confluenza dei “raggi”. Il Vescovo di allora, informato da me, aveva solo saputo tacere. Giunse il giorno della visita, il 6 febbraio 2013. La Comandante della Polizia Penitenziaria mi informò imbarazzata che c’era una sedia per me, in ultima fila, dietro ai volontari. Restai in piedi. Ricordo che per due volte un nodo alla gola interruppe il Presidente mentre pronunciava il suo accorato discorso. Poi lo accompagnarono al VI raggio, il peggiore. Io però ero stato escluso dal seguito. Restai nella “rotonda” ormai vuota, a chiacchierare con qualche guardia. Quando il corteo riapparve, prese la direzione dell’uscita. Io stavo a distanza ma, portando come sempre la veste talare, attirai lo sguardo del Presidente che, uscendo dal corteo, mi venne incontro da solo con la mano tesa. Feci lo stesso. “Buongiorno padre”, mi disse. “Buongiorno Presidente, come sta?”. “Dopo quello che ho visto, non posso dire di stare bene”, rispose portandosi la mano alla fronte. “Ha ragione Presidente, bisogna provare a respirare in carcere per capire”. “Proprio così, padre, forza!”, mi disse poggiandomi una mano sulla spalla. Mi ritrovai di nuovo solo, ma fu per poco. La moglie del Presidente, Clio Maria Bittoni, mi si avvicinò, cordialissima e, come fossi suo nipote, si fece prendere a braccetto ed accompagnare per il lunghissimo corridoio, fino all’uscita. Vi lascio immaginare lo sguardo della Direttrice…
Lc 8,4-15 poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Dunque, cerchiamo di immaginare la situazione. Cuza, amministratore del re Erode, si ritrova una moglie seguace di Gesù di Nazareth. È detto tutto. Un po’ di umana solidarietà se la merita il poveretto. Con tutte le possibilità che questa Giovanna aveva, proprio dietro a Gesù doveva andare? Quel Gesù che Erode il Grande, padre di questo Erode (Antipa) aveva tentato di uccidere da neonato. Giovanna non sarà certo stata una donna di basso rango né una indemoniata come Maddalena. Era la moglie di Cuza amministratore del re e se ne andava per città e villaggi con Gesù e i suoi, tra l’altro non mancando di sostenerli economicamente. In questi tre versetti di vangelo c’è tutto il dramma di una coppia, l’insoddisfazione di una donna che appariva ben sistemata, il disagio del marito messo in grande imbarazzo dalla sua scelta bizzarra. Cuza e Giovanna saranno riusciti a capirsi e rimanere insieme? Lei avrà certo parlato del marito a Gesù. E lui, Cuza, avrà voluto incontrare questo maestro che, agli occhi di tutta la corte, gli aveva fatto impazzire la moglie ma che, a detta di lei, le aveva guarito l’anima?
Lc 8,1-3 Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
Ci vuole un occhio allenato per giungere a notare un uomo seduto a lato strada, mentre si è occupati ad andare via. Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Le notiamo ancora le persone? Il venditore di rose che interrompe la nostra cenetta, lo vediamo o è l’uomo più trasparente del mondo? Il portinaio seduto dietro il vetro, lo vediamo mentre andiamo via o è parte dell’arredo? Il casellante alla barriera dell’autostrada, l’operaio che manovra la ruspa che rallenta il traffico, la badante che attraversa con l’anziano sulle strisce pedonali, li vediamo? Vediamo ancora l’uomo? Vediamo l’umanità? O andiamo via, andiamo sempre via, sempre via di corsa.
San Matteo Apostolo ed Evangelista Mt 9,9-13 Mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Una generazione capricciosa, quella dei tempi di Gesù. Gente a cui non andava bene niente e nessuno, né il digiunante né il mangione, né danzare né piangere. Ma allora cosa volevano davvero? Probabilmente nulla. Non volevano e basta. Si erano accorti che tutto richiede uno sforzo personale. Piangere non diverte, ma ballare stanca. Seguire la disciplina di Giovanni Battista è arduo, ma la fraternità universale di Gesù ti esaurisce. Cosa volevano? Non volevano fare fatica. Cercavano un maestro, si lamentavano di non trovarne uno all’altezza. Poi, quando l’avevano lì a pochi passi, lo perdevano. “Padre, se in questa parrocchia ci fossero preti come lei andrei a messa ogni domenica”, diceva una signora ad un mio amico. “A dir la verità, io celebro qui da anni – le rispose – se torna domenica prossima mi troverà”. Ma non la vide più. Le sue erano solo scuse.
Lc 7,21-35 il Signore disse: «A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”. È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».
È bellissimo questo Gesù che si commuove, che non resta distante, che si lascia coinvolgere totalmente. Questo è il nostro Gesù, quello che abbiamo scelto di seguire ogni giorno, pur tra mille dubbi e fatiche. Non piangere!, dice alla madre che porta il figlio al cimitero, ma anche lui stava piangendo. Sente sua la disperazione di quella poveretta. Lo sa che non potrà fare risorgere tutti i morti, ma quello è lì, davanti a lui. E allora dice soltanto una parola, e il ragazzo si mette seduto e inizia a parlare. È la sofferenza vicina che ci interpella, è il pianto che udiamo che ci chiede una parola. Non possiamo salvare il mondo, lo sappiamo. Ma quel pezzo di mondo che è lì davanti a noi, quello sguardo che incrociamo, quello sì lo possiamo salvare.
Lc 7,11-17 Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.
Chissà quante volte la sua voce aveva incitato i soldati alla battaglia e aveva scaldato di animi per affondare il gladio nel cuore dei nemici. Quel giorno però le parole del centurione romano furono piene di pace. Trasmettono pace anche a noi che le ripetiamo ad ogni messa: di’ soltanto una parolae il mio servo sarà guarito. Le useremo come un mantra, da ripetere a ritmo di respiro, pregando per gli altri. Di’ soltanto una parola e lui sarà salvato, lei sarà salvata. Affidiamo così le persone che amiamo al Signore che con una sola parola può fare più di mille nostre grida. Di’ soltanto una parola e io sarò salvato.
Lc 7,1-10 Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.
Noi vogliamo la vittoria, non la pace. Vincere, prevalere, avere ragione. La guerra finirà quando il nemico perderà e noi saremo i vincitori. Allora, sbagliando, chiameremo tutto ciò “pace”. La pace vera viene solo dal perdono e perdonare può solo chi si accorge d’aver bisogno pure lui d’esser perdonato. Ecco perché è difficile perdonare, perché ci si ritiene totalmente privi di debiti. Il perdono è difficile anche da accettare, perché resta in fondo al cuore la paura che l’altro ci rinfacci un domani l’errore, che si rimangi il perdono come fa il padrone in questa parabola. Se un debito è estinto, non torna indietro. Pace, non vittoria. Pazienza e compassione, non ira.
Mt 18,21-35 Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»
Non si vendemmia uva da un rovo. Né si raccolgono spine da una vite. Eppure noi mutiamo, mille volte al giorno mutiamo. Non capiamo perché, ma accade. Vorremmo non fosse così, vorremmo essere come gli alberi, certi d’essere o buoni o cattivi. Invece no, è sempre tutto in forse e il mattino non sai se la sera avrai ancora fede, se avrai reso il mondo migliore o peggiore al tuo passaggio. Non resta che allentare l’attenzione sui frutti, non badarci più. Non resta che curare le radici, farle affondare nella roccia che è Dio, nel vangelo che sostiene il mondo. Aggrapparsi al vangelo, prenderlo come unica regola di vita. Se la radice è bene ancorata, i frutti buoni verranno da sé.
Lc 6,43-49 Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».