Stabat mater

Stabat mater, stava la madre sotto la croce. Era la croce del figlio. Stanno tante madri a vedere i figli soffrire, a vederli affamati e malati. Stanno in piedi, insonni, preoccupate a vedere figli e figlie sciupare la vita, vivendo senza Dio, come se Gesù fosse morto in croce e mai risorto. Stanno pensierose e cercano di non darlo a vedere. Pensano alla figlia nelle mani di un idiota, al figlio ormai trentenne che passa il tempo ai videogames. Stanno, tentate di non stare più, di andarsene, di mollare la presa per soffrire di meno. “Che si arrangino, fan tutti così, non posso dire nulla”, si dicono tra sé, ma dentro soffrono a vedere l’anima dei figli spegnersi, soffocata dal nulla che dilaga. Stanno, le madri di tutto il mondo, e si sentono ripetere Ecco tuo figlio, ecco tua figlia! E non smettono d’essere madri.

Maria Addolorata Gv 19,25-27 stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Innalzare

“Ne restasse soltanto uno, combatteremmo per il suo diritto alla vita! I rifugiati nel nostro santuario saranno difesi fino all’ultimo respiro, costi quello che costi”. Proprio ieri sentivo parlare così alla radio un uomo pentito d’essere uomo. Concludeva: “potessi scegliere, rinascerei maiale”. Sì, perché il santuario di cui parla è un rifugio dove lui e altri “animali a due zampe” hanno nascosto e salvato parecchi “fratelli a quattro zampe” che erano destinati a diventare cibo. Rabbrividendo per l’uso blasfemo di parole sacre e per gli insulti alla vita umana, invidiavo la sua carica emotiva. Un tempo desiderai anch’io d’essere un maiale quando, nel carcere di San Vittore a Milano, davanti a tutti i prigionieri dicevo: “La direttiva dell’Unione Europea prevede per ogni maiale d’allevamento 3 metri quadri di spazio. Noi qui ne abbiamo 0,80 a testa. Vogliamo essere trattati come maiali!”. Bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo. Bisogna lottare fino all’ultimo respiro per innalzare ogni figlio dell’uomo che vive crocifisso dalla miseria, dalla guerra, dalla malattia e dal deprimente vuoto della coscienza. Eleviamo l’umanità, non consideriamola nemica del creato ma amica e custode. Educhiamo l’umanità, educhiamo i cuori. Nessuno più rimpianga d’essere uomo, nessuno più desideri d’essere una bestia. Nessuno più tratti gli uomini peggio degli animali.

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Esaltazione della santa Croce Gv 3, 13-17  Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Beati voi se

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati da chi mi segue, da chi vive il mio vangelo. Beati voi, che ora piangete,
perché riderete, rallegrati dai miei fratelli che, come me, avranno a cuore la vostra serenità. Ma quanti guai e quanta tristezza a voi che, dicendo d’esser poveri, vorrete solo restare ricchi. Il regno di Dio lo vede in terra solo chi ha occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli e, senza scuse, si oppone al mondo. LEGGI QUI CIÒ CHE PUOI FARE ADESSO https://lalocandadellaparola.com/1-al-giorno/

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Lc 6,20-26 Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Una forza

Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti. Mi ha sempre colpito molto questa espressione. Mi affascina. Da lui, da Gesù di Nazareth, usciva una forza che guariva tutti. Sembra dirci che guariva oltre la sua volontà, quasi a sua insaputa. Il racconto della donna malata che guarisce all’istante toccando il suo mantello ne è conferma. Da lui usciva una forza. Come un profumo esce da un fiore, come il calore da una fiamma. Con linguaggio un po’ newage diremmo che emetteva un’aura di energia positiva così forte da fare guarire tutti. Un big bang creativo. Chi è il Cristo se non esattamente questo? La forza creatrice di Dio incarnata in un uomo.

Lc 6,12-19 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti

La destra

La mano destra paralizzata. La mano che saluta, che stringe i patti, che firma gli impegni, che indica la strada. La mano che impugna l’arma, la mano che soccorre, che accarezza, che fascia, che benedice. La destra paralizzata, la decisione impedita. Siamo tutti quell’uomo malato, tutti paralizzati dalla paura di sbagliare. Gesù sblocca il paralizzato in giorno di sabato, violando la regola religiosa. Una religiosità che non solo incute timori paralizzanti ma pure impedisce di curarli, non viene da Dio. In giorno di sabato è lecito fare del bene, eccome! E disse: tendi la tua mano! E la mano fu guarita.

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Lc 6,6-11   Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Legàmi

In questa domenica vi lascio il commento audio al vangelo ambrosiano. Il vangelo del rito romano lo commento con questa foto. Se osservate bene, è scritto un versetto di vangelo, Mt 18,20. Il vangelo di oggi: dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro. Avevano voluto commentare così questa foto, i giovani di Timor Est. Con queste parole di Gesù sulla potenza dei legàmi stretti in terra che restano importanti anche per il cielo, al punto che se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. E tu cosa chiedi? Con chi la stai chiedendo?

Mt 18,15-20 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Orientarsi

Ogni regola ha il suo perché. Tecnicamente si chiama “ratio”, la ragione per cui esiste una norma. È però importante non perder la ragione, non dimenticare il perché esiste una regola, altrimenti se ne resta schiavi. Lo schiavo non discute l’ordine, esegue anche la più irrazionale delle richieste perché vive di paura. Chi invece non perde la ragione, rispetta la regola ma sa che essa è solo uno strumento per rendere a tutti più facile la vita, non più complicata. Rispetta la regola ma non la adora anzi, la riadatta ai tempi nuovi perché resti efficace ed utile. Vi sono regole religiose dettate da Dio stesso, altre dagli uomini di Dio, e non è proprio la stessa cosa. Dio, ad esempio, stabilì un tempo sacro settimanale da dedicare al silenzio e alla preghiera. I suoi uomini lo fissarono di sabato ed elencarono con precisione le poche attività lecite e le illecite. Colta la “ratio”, si può distinguere l’illecito dall’eccezione. Sono discorsi forse un po’ noiosi, lo so, ma oggi è sabato e ne parliamo. Viviamo tempi in cui non vi è più lecito o illecito, né davanti a Dio né davanti agli uomini. “A me va bene e dunque è bene”, pare essere l’unico criterio utilizzato per orientarsi. A prezzo di perdere la strada e la ragione.

Presto partirà l’operazione “un dollaro al giorno”

Lc 6,1-5 Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Maria ora

Oggi festeggiamo la nascita di una bambina ebrea, Maria di Nazareth. Di lei sappiamo così poco, al punto che il vangelo elenca tutti gli antenati di Giuseppe, ma non quelli di Maria. Forse perché di lei non è importante la provenienza quanto la progenie: Gesù. Dopo un elenco di padri c’è lei, l’unica madre. Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Lei che ci insegna che sì, è importante sapere da chi veniamo, ma più importante è chi generiamo. Il passato remoto non lo possiamo controllare, il futuro lo possiamo per lo meno indirizzare. Giuseppe avrebbe potuto denunciare Maria che sarebbe stata lapidata. Maria avrebbe potuto decidere di non rischiare e rimandare l’angelo in cielo a mani vuote. E da lei non sarebbe mai nato Gesù, chiamato Cristo. Il futuro dipende da ogni istante presente.

Natività di Maria Mt 1  Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.

Sulla tua parola

Quando nel 2017 fotografai questo pescatore ad Atauro, non sapevo il suo nome. Fu dopo anni che, per caso, rintracciai la figlia su facebook ed ebbi occasione di rivederlo. L’altro ieri la ragazza ha pubblicato una foto di una quantità enorme di pesci (vedi sotto). “Li ha presi papà?”, le ho scritto. “No, no, la foto non è mia. Oggi papà e gli altri sono andati a pescare ma non hanno preso nulla“, mi ha risposto aggiungendo: “prega per noi e noi per te”. La foto era dunque uno scherzo, ma anche qualcosa di più. Era un augurio, era una preghiera, un atto di fede: non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti. Non cederò, non smetterò di credere e di pescare. E cos’è pescare se non un credere, un provare, un sapere ricominciare sempre daccapo. Chi è il pescatore, se non colui che accetta di non poter controllare il pesce ma solo la rete, non il risultato ma solo la fiducia? Sulla tua parola getterò le reti.

Lc 5,1-11 mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Avevo fame

“Noi europei siamo i più poveri tra i poveri perché la nostra è povertà dell’anima, che ci farà perdere la vita eterna, non solo quella terrena”. Me lo scriveva ieri una lettrice. Sono discorsi complessi che ti sfidano con un messaggio su WhatsApp nei primi giorni di lavoro, come una tegola in testa. Semplicemente perché, detta così, l’affermazione è del tutto condivisibile ma pure totalmente da respingere. Nasconde due significati opposti. Cosa faceva Gesù dall’alba al calar del sole? Guariva le persone da varie malattie e le liberava dai demoni. Nei vangeli è narrato ben sei volte che Gesù moltiplicò il pane per la folla affamata e a Cana mutò l’acqua in vino per gli sposi. È innegabile che Gesù, Dio incarnato in un corpo, si preoccupasse della salute fisica delle persone. Non predicò il digiuno, non insegnò a trascurare il corpo né a ritenerlo fonte di peccato. Lui il corpo lo curò, pure il suo che uscì vivo dalla tomba. Dai vangeli capiamo che secondo Gesù, un’anima povera e inaridita è esattamente quella che non si preoccupa dei bisogni altrui. È questa l’anima che perde la vita eterna: via, maledetti, nel fuoco eterno, perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, sete e non mi avete dato da bere, nudo e non mi avete vestito… Dunque sì, il più povero tra i poveri è chi non ha un’anima che lo spinge a curare il fratello, a dividere il pane con lui, partecipando alle sue necessità reali. Se invece confrontassimo la povertà d’anima con quella di cibo, concludendo che quest’ultima non è poi così grave e dunque non meritevole di tutta la nostra immediata attenzione… Be’, se fosse così, l’unico modo per curare la nostra ipocrisia sarebbe prendere il nostro corpo, metterlo su un aereo e partire per uno dei tanti paesi “in via di sviluppo”. Scopriremmo anzitutto che non si stanno affatto sviluppando. E poi capiremmo che la miseria materiale è ad un tempo figlia e madre della miseria dell’anima. Capiremmo poi che non si possono dividere anima e corpo, vita terrena ed eterna, ma che prendersi cura di uno è prendersi cura dell’altro. Così come nutrire un uomo mortale è nutrire Dio Eterno: Il Re dirà loro: avevo fame e mi avete dato da mangiare.

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Lc 4,38-44 Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.