I suoi uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “E’ fuori di sé”. Era fuori dagli schemi e dai confini o era fuori di sé? E poi, forse, avevano ragione: era fuori di sé. Non era certo chiuso in sé stesso.
Mc 3, 20-21
I suoi uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “E’ fuori di sé”. Era fuori dagli schemi e dai confini o era fuori di sé? E poi, forse, avevano ragione: era fuori di sé. Non era certo chiuso in sé stesso.
Mc 3, 20-21
Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici. Potremmo immaginarci una scena simile a quella delle selezioni attitudinali durante un concorso: tutti sul monte e, dal gruppo dei candidati, si fanno avanti esultanti i dodici selezionati vincitori. Gli altri a casa, con la coda tra le gambe, sperando in un ripescaggio. Il Vangelo però ci dice che Gesù – non altri – salì sul monte. E sul monte è sinonimo di “stare in preghiera, essere in connessione con Dio”. Gesù quindi chiamò a sé quelli che voleva e li chiamò pregando, non gridando nè parlando loro o adescandoli e seducendoli o abbagliandoli. Lì chiamò a sé nel silenzio di una profonda preghiera. Parlò loro dalla dimensione dello Spirito. Loro “sentirono” e andarono da lui. E perché mai li chiamò? Non ce l’avrebbe fatta da solo? Uno che cammina sull’acqua e risuscita i morti ha forse bisogno dell’aiuto di dodici inesperti dubbiosi e timorosi? Non aveva bisogno di loro. Avrebbe potuto far da solo, forse con minor sforzo. Ma certo anche con minor gusto. Stare con loro per lui era un piacere.
Mc 3, 13-19
Una grande folla andò da lui dalla Galilea, dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne. Forse a noi dice poco questa notizia, perché non abbiamo chiara la geografia e le etnìe in questione. Andavano da Gesù quelli della sua regione, quelli della capitale e della regione madre della fede giudaica. Sin qui pare normale, essendo Gesù galileo ed ebreo. Ci andavano pure quelli dell’Idumea, regione a sud del mar Morto, discendenti di Esaù, il fratello gemello di Giacobbe. Insomma, gli “altri”. Non parliamo poi di quanti venivano da oltreconfine, dalla Transgiordania (Est) o da Tiro e Sidone (a Nord, l’attuale Libano). Insomma, questo rabbi ebreo attirava chiunque e, a quanto pare, guariva chiunque. Allora questa gente andava solo per essere guarita, per star meglio! Sì. Non è forse una cosa bella intraprendere un “viaggio della speranza” portandosi magari il figlio malato sulle spalle dal Libano alla Galilea? Non è un gesto d’amore camminare giorni e giorni e provare, provare anche solo a toccare questo uomo che – dicono – guarisce tutti? Certo, lo sappiamo, nessuno di costoro fece altrettanta strada per dissuadere Pilato. Ma lo sapeva già anche Lui.
Mc 3, 7-12
E’ lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male? Ma essi tacevano. Non sapevano rispondere, sapevano solo ripetere. E da anni ripetevano che di sabato non si può far nulla. E nulla è nulla, né bene né male. Sapevano solo ripetere, non pensare. Per questo il loro cuore si era paralizzato assai più che la mano di quell’uomo.
Mc 3, 1-6
La Legge ti consente di condannare chi vìola il riposo del sabato? Sì, ma la tua coscienza è più grande della Legge e sei signore anche del sabato. La legge ti consente di mandare al rogo autori di scritti fuorvianti o scoperte scientifiche “pericolose”? Sì, ma la tua coscienza te lo impedisce. La tua legge ti consente di uccidere a fucilate l’autore di una vignetta che oltraggia la tua religione? Sì, ma tu sei un uomo e non lo farai. La legge non ti vieta di farti beffe e umiliare a colpi di insulti blasfemi i credenti di qualsivoglia religione? Vero, non te lo vieta. Ma tu rispetti ogni uomo e ogni suo sentimento, dunque non lo farai. Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!
Mc 2, 23-28
Si racconta che, alla cerimonia di giuramento, le reclute di fanteria indossassero guanti bianchi. Poiché venivano usati una volta l’anno, i guanti erano riciclati da decenni e molti avevano enormi buchi. Prima del giuramento onde evitare che, alzando la mano destra guantata al grido di “lo giuro!”, i soldati facessero bella mostra di mani buche, un caporale passava armato di pennello e polvere di gesso imbiancando le mani destre. Scena comica ma realmente vissuta. Come comico sarebbe cucire stoffa grezza su un vestito vecchio o voler evangelizzare il mondo con una mentalità antiquata.
Mc 2, 18-22
Rabbí, tradotto, significa maestro. (…) “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo. (…) “Sei Simone, sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro. Nel giro di pochi versetti l’evangelista compie ogni sforzo per farsi capire. Lui, di madrelingua ebraica (aramaica), scrive direttamente in greco ma si preoccupa di traslitterare i termini più tipici e di “ritradurli” in greco. Avrebbe potuto orgogliosamente scrivere solo Rabbí, Messia, Cefa e obbligarci a parlare la sua lingua, la lingua di Gesù. Avrebbe pure potuto scrivere tutto il Vangelo in aramaico, definendola la “lingua sacra” del Maestro, la “lingua ufficiale” del cristianesimo. Ma non ha fatto così, né lui né gli altri evangelisti né alcun altro. Nel cristianesimo non esistono lingue ufficiali, perché una lingua non è più importante della Parola, una cultura non è più importante delle persone. Non c’è nemmeno cristianesimo più importante di Cristo. Detto anche Messia. Ciò che importa è seguirlo, rimanere con lui e dirlo al fratello. Che tu lo chiami Simone o Cefa o Pietro.
Gv 1, 35-42
Non è stata una svista, non ha preso un abbaglio. Gesù sapeva benissimo chi stava invitando a seguirlo. Si trattava di Levi, figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte. Poco dopo è Gesù ad essere seduto in casa di Levi, con molti pubblicani e peccatori. Gesù sa benissimo di essere un medico e non è un problema per lui stare con i malati.
Mc 2, 13-17
Vogliamo che alle parole seguano i fatti. Se non possiamo aver prova tangibile che quanto udito accade, restiamo nel dubbio. Per questo ci perdiamo le cose più belle e dubitiamo delle parole più luminose. Per questo quel giorno, a Cafarnao, dubitavano dell’efficacia delle parole più belle che Gesù avrebbe mai potuto pronunciare di fronte a quel paralitico: Figlio, sei perdonato! Non volevano e non potevano credere che il perdono di un uomo fosse efficace. A quei tempi poi (ma forse un po’ anche oggi…) si credeva che le disgrazie e le malattie fossero un castigo divino per i peccati commessi. “Solo Dio può perdonare i peccati”, dicevano in cuor loro e avevano ragione. Inoltre la paralisi di quell’uomo dimostrava che Dio non aveva molta voglia di perdonarlo. Perché dunque costui parla così? Come si permette Gesù di perdonare i peccati a un castigato da Dio? Ma Gesù disse a quell’uomo: “Alzati e cammina!” e quello si alzò. Eppure è vero che solo Dio può perdonare i peccati. Dunque chi è Gesù?
Mc 2, 1-12
Se vuoi, puoi purificarmi! Queste parole di un lebbroso a Gesù sembrano sfidarlo a decidere se passare oltre o fermarsi. Forse invece furono pronunciate a bassa voce, a fatica, da una bocca distrutta dal male ma che confidava che da quella del Nazareno uscisse un sì. E in risposta udì Lo voglio, sii purificato. Ma, prima delle parole, sentì altro. Sentì la mano di Gesù che lo toccava nel suo male immondo. E fu questo tatto che gli fece capire che ormai era fatta, che non c’era bisogno nemmeno di aspettare le parole. Il tatto da tempo aveva abbandonato quegli arti morti e fu bellissimo riscoprirsi accarezzati.
Mc 1, 40-45