La vigna

Mentre possiamo imbatterci in un albero da frutto solitario o in un rovo di lamponi al limite dei boschi, non riusciamo nemmeno ad immaginare una vite che non sia nella vigna, che non abbia un uomo che la curi. Di tutti gli agricoltori è forse il vignaiolo ad avere le sembianze più “pastorali”. Sembra che conosca una ad una le sue viti, le cura, le ama, ne percepisce la vita e la salute. Così facendo nasce qualcosa di più di un semplice insieme di viti: la vigna ha un’identità sua, un suo profumo, una sua esistenza. La vigna è un corpo vivo che nasce dall’amicizia impossibile tra mondo umano, minerale e vegetale. Che bello che Gesù abbia scelto proprio questa realtà per farci capire quanto siamo importanti per lui e quanto sia impossibile per Dio pensar di vivere per conto proprio, senza di noi. Mio Padre è il vignaiolo, io la vite e voi i tralci.

Gv 15, 1-8

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Dialogo

Durante la Messa tutte le preghiere che il sacerdote pronuncia sono rivolte a Dio Padre. In una sola occasione si rivolge direttamente a Gesù. Sembra quasi che la liturgia lo costringa a farsi sorprendere e udire da tutti nel suo dialogo personalissimo con il Maestro. Un dialogo che avviene con le parole del Vangelo di oggi: “Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli”.

Gv 14, 27-31

Osserva

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Se uno mi ama, osserverà la mia parola. Chi non mi ama, non osserva le mie parole. Ricatto affettivo o constatazione? Si sa: non ci stanchiamo mai di osservare ciò che ci piace. Sappiamo anche che osservare le parole di Gesù significa metterle in pratica nella nostra vita. Ma lasciamo a dopo la fase morale. Prima viene l’osservazione pura. Osservare il Vangelo, leggerlo, per il semplice gusto di farlo. Osservarlo come si osservano le cose belle, magari un po’ da lontano, senza altro impegno. Aprire il Vangelo e osservare.

Gv 14, 21-26

La dimora

Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore, dice Gesù durante l’ultima cena. Nella casa di Dio ciascuno trova una dimora, uno spazio di vita. Probabilmente rimarremmo sorpresi nello scoprire quante energie spende Dio per renderci minimamente adatti alla vita di lassù. A ben pensarci infatti ci chiediamo se la nostra presenza non rischierebbe di rovinare il paradiso agli altri… Invece non ci chiediamo se la presenza degli altri rischierebbe di rovinare il paradiso a noi: ne siamo già certi! Eppure il messaggio del Vangelo pare insistere: nella casa del Padre vi sono molte dimore e in ebraico, non esistendo il termine “tutti”, si usa “molti”. Nella casa di Dio tutti trovano uno spazio. Tommaso si entusiasma: Signore, come possiamo conoscere la via per giungere alla nostra dimora? E Gesù cambia i termini: non cercare “dove” sta la strada, ma “chi” è la strada. Io sono la strada per la tua dimora. Allora è il turno di Filippo: mostraci il Padre, dicci dove è Dio! E Gesù di nuovo cambia ottica: il Padre è in me, credetemi. Quindi non “dove” sta Dio, ma “in chi”. Io sono nel Padre e il Padre è in me. Tutti trovano dimora in Dio Padre. Io sono la dimora di Dio Padre. Tutti trovano dimora in me. E tutto ciò a partire da ora, perché il Regno di Dio non è tanto un luogo in cui si entra né un “lassú” in cui si andrà quanto una dimensione in cui volendo si vive già ora: la dimensione dell’accoglienza. Quando ti senti accolto, quando trovi dimora, vivi il paradiso. E non finisce qui. Gesù infatti aggiunge che chi crede in me compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi. Se a nostra volta accogliamo il Vangelo possiamo anche noi compiere la grande opera dell’accoglienza, siamo in grado di fare uno spazio in noi dove gli altri trovano dimora. Diventeremo presto un paradiso affollato! Come Gesù e il Padre, poterci dire a vicenda: io sono la tua dimora, tu sei la mia.

Gv 14, 1-12
V domenica di Pasqua

Il Padre

Ieri Tommaso chiedeva dove fosse la strada, oggi Filippo domanda dove sia il Padre, Dio. Signore, mostraci il Padre. La risposta di Gesù, ancora una volta, sposta la visuale: non domandarti “dove” sia il Padre, ma “in chi” sia. Io sono nel Padre e il Padre è in me. Credetemi: il Padre è in me.

Gv 14, 7-14

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La via

Non c’è chiesa, non c’è gruppo né movimento, non c’è forse nemmeno religione né setta che non usi la terminologia del cammino per definire la sua azione: itinerari biblici, cammini di conversione, percorsi di avvicinamento, passi di fede… La domanda di Tommaso fu dunque solo la prima di molte: dove vai? come possiamo conoscere la via? Più che legittimo domandarsi “dove” sia la strada giusta. Forse però, data la risposta di Gesù, ci sarebbe da chiedersi piuttosto “chi” sia la strada. Io sono la via.

Gv 14, 1-6

Squadra

Noi chiediamo aiuto a Dio e Lui ci manda i suoi amici. Poi gli chiediamo di aiutare gli altri e Lui ci manda da loro come amici. E’ così che funziona il gioco di squadra lassù: accogliere e inviare. Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Inviati accoglienti.

Gv 13, 16-20

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Come?

Qualche giorno fa il Vangelo ci ha chiesto quale stile di relazione avesse Gesù. Forse oggi le sue stesse parole ci forniscono un indizio, un punto di partenza. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Siamo all’ultima cena. Gesù svela qual é il suo modello, a quale tipo d’amore si è ispirato ogni volta che si è rapportato ai suoi e li ha voluti amare. Vi ho amato come il Padre ha amato me. E allora dicci: come ama Dio Padre?

Gv 15, 9-17

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Quando e dove?

Il tempio di Gerusalemme, a pianta rettangolare,  era costituito da uno spazio enorme a cielo aperto, suddiviso in spazi concentrici delimitati da muri: i cortili. Al centro stava il vero e proprio santuario, a sua volta suddiviso in spazi sacri: nel “santo dei santi”, lo spazio sacro assoluto, poteva entrare solo un uomo (il sommo sacerdote), un solo giorno all’anno. Nel cortile più ampio, quello “delle genti”, potevano passeggiare in qualunque giorno tutti, pure i non ebrei. Questo cortile era delimitato da un colonnato il cui lato est era detto portico di Salomone. Qui stava passeggiando Gesù. Non paghi dell’abbondanza di recinti, suddivisioni e limiti religiosi, clericali e spazio-temporali, quelli gli si fecero attorno, lo recintarono, e lo interrogarono sui tempi: fino a quando ci terrai nell’incertezza? Gesù però parla un’altra lingua e rompe i muri: non parla di tempi ma di eternità, non di recintare ma di seguire. Alle mie pecore do vita eterna, esse mi seguono e non andranno perdute. Fine delle balaustre e dei calendari.

Gv 10, 22-30

da dove?

Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta è un ladro e un brigante. Io sono la porta delle pecore. Non si può entrare in relazione con le altre persone scavalcando il recinto del privato, dell’interiore, esigendo confidenze o imponendo ascolto immediato. L’unico stile di relazione è quello del Maestro. Lui è l’unica porta di ingresso nell’amicizia dell’altro. Che stile di relazione aveva Gesù? Da dove avviava una conversazione, come instaurava un dialogo che non sapesse di invasione?

Gv 10, 1-10