State con me

Prendete il mio giogo su di voi. Cioè statemi vicini, appaiati, spalla spalla. Abbiamo tutti un gran bisogno di stare insieme, di sentirci vivi e di giocare. Voi che siete affaticati e vi opprimete per un nulla, voi che vivete tesi come cavi, sotto costante sforzo come una bestia che ara terra arida, venite a me. Se proprio non potete fare a meno di caricarvi, fatelo con me. Scoprirete quanto leggera e facile diventa la vita in mia compagnia. Non dimenticate che sono vivo, risorto, reale. State con me.

S. Caterina da Siena Mt 11,25-30 Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Come onde

Dicono che i prigionieri, nei campi di concentramento, prima di mangiare bevevano il più possibile per aumentare il senso di sazietà. Una sensazione che non poteva sostituire il vero nutrimento. Potremmo avere un mare di cose; potremmo vivere esperienze forti, una dopo l’altra, come onde: se non ci nutriamo davvero, cosa rimane? Tutto è come un castello di sabbia. Chi non mangia me non ha in sé la vita, non ha il vero nutrimento. È il Vangelo ciò che nutre, è il rapporto personale con Gesù risorto che dà stabilità e forza interiore ad ogni attimo di vita.

Gv 6,52-59 i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Attirare

Tutti si cerca di essere belli: le donne, le case, i ragazzi e le luci. Tutto vuole attirare la nostra attenzione, persino Dio. Lui però non attira a sé, ma a Gesù. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. Attirare le attenzioni non su di sé ma su altri. Convogliare le forze non su di sé ma sull’altro. In un mondo dove, pur di ricevere attenzione, si è disposti a dire stupidaggini, ad esibirsi in pubblico o compiere del male, Gesù ci ricorda che lui è come il Padre: non attira nessuno a sé.

Gv 6,44-51 disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Perdersi

“Lascialo perdere!”, ci siamo spesso sentiti consigliare. È così comune questa espressione, che non le diamo più nemmeno significato. Per noi è un innocuo e forse doveroso “prendi le distanze”. Ma le parole hanno un peso e sono un fatto. Torniamo dunque ad usarle con attenzione, prima di ritrovarci a maledire il prossimo senza nemmeno saperlo. Ad ogni “lascialo perdere” ripeteremo mentalmente “lascia che si perda”. E poi sentiremo il cuore rispondere con le parole del maestro: la volontà di Dio è che io non perda nessuno. Dunque sì, a volte dobbiamo lasciare uno spazio tra noi e coloro con cui abbiamo una relazione così difficile da essere nociva per entrambi. Ciò significa saper perdere. Ma momentaneamente, credendo di cuore che in Dio ritroveremo tutti, senza che nessuno si perda.

Gv 6,35-40 disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno»

Quattro

Perché quattro e non uno solo? Ogni volta che siamo davanti alla festa di un evangelista sorge questa domanda unita ad un forte senso di gratitudine. Nei secoli successivi certamente non ce l’avrebbero fatta, ma nella Chiesa dei primi tempi, nella Chiesa apostolica, l’elasticità di vedute era ancora quella di Gesù. Ecco perché i vangeli sono quattro. O meglio: il vangelo di Gesù è uno, trascritto in quattro testi, tutti ufficiali e di pari importanza. Perché è legittimo raccontare in modo diverso la stessa cosa, è naturale trovarsi meglio con uno stile narrativo piuttosto che con un altro, così come è più che umano preferire partecipare alla messa celebrata da questo o da quel prete, in questa o quella chiesa. Non è vero che uno vale uno, così come Marco non è Giovanni né Luca né Matteo, eppure sono un unico vangelo. Unità non è uniformità.

San Marco evangelista Mc 16,15-20  Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Priorità

Quella gente si rende astuta e scaltra. Osserva, calcola e decide: andare a tutta velocità all’altra sponda per trovare quel Gesù che ha moltiplicato il pane e che non si è lasciato incoronare re. Quando qualcosa ci interessa davvero, ce la mettiamo tutta. Facciamo chilometri, ritagliamo spazi di tempo libero, rinunciamo al sonno, inventiamo scuse per cancellare impegni in agenda. Se però fossimo sinceri, smetteremmo di dire “non ho tempo” per stare con te o con me stesso o per calarmi quindici minuti nel silenzio della meditazione. Diremmo piuttosto “ho di meglio da fare”. È solo questione di priorità, di dare o meno importanza alle cose. Fissata la più importante, individuato ciò che è irrinunciabile, il resto si aggiusta di conseguenza. Dunque diamoci da fare per ciò che rimane in eterno.

Gv 6,22-29 Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Emmaus

A cena col risorto, facendosi spiegare da lui stesso la Scrittura. È solo alla luce della resurrezione che si possono comprendere ed interpretare le pagine della Bibbia.

Pace

La moltiplicazione dei pani, che abbiamo letto ieri, si concludeva con Gesù che se ne scappava da solo su un monte perché la folla voleva farlo re. L’ episodio di oggi si concluderà con la stessa folla che attende Gesù sulla riva, dove lo ha preceduto a piedi. Al centro dei due episodi e al centro del lago, stanno i discepoli che remano controvento a fatica. Gesù è fuori da tutta questa agitazione. Prima da solo sul monte, poi a camminare sulle acque. Lui si che sapeva darsi i tempi giusti, prendersi gli spazi necessari per ricentrarsi e passeggiare tranquillamente al di sopra delle agitazioni altrui. Solo chi è in pace, infatti, può a sua volta trasmetterla.

Gv 6,16-21 Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Quel senso di impotenza

Una sproporzione enorme. Un senso di scoraggiamento e impotenza. Cinquemila famiglie e lì, in un cestino, cinque pani. Da che parte si comincia? Aiutare chi è nel bisogno è come svuotare il mare con un cucchiaio: più dai, più ti accorgi che non basta. Non c’è una fine, non c’è. I poveri persino quando muoiono devi pagargli la tomba. Ecco perché pochi si incamminano sul sentiero della carità. Quel giorno Gesù non smentì Filippo né Andrea: avevano ragione a dire che neppure duecento denari sarebbero bastati a dare un pezzo di pane a ciascuno. Cosa sarà mai questo per tanta gente? Nulla. Tutto però si risolse con un’altra parola: grazie. Disse grazie a Dio. Ma anche al ragazzo che aveva donato i cinque pani e due pesci. Senza quel dono non sarebbe accaduto nulla.

Gv 6,1-15 Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

In dialogo

Si percepisce fortissimo che il vangelo di Giovanni fu scritto ad una certa distanza temporale dalla resurrezione di Gesù. Non si leggono solo i fatti e i suoi discorsi. Sono presenti pagine come questa, che vogliono rispondere alla domanda sulla identità di Gesù e sulla sua interiore missione. Chi è? In quale rapporto sta con Dio? Quale rapporto si crea tra lui, chi crede in lui, e Dio? Ogni volta che nella preghiera e nel dialogo interiore noi entriamo in contatto con Gesù, noi siamo in contatto reale con un uomo risorto che non vediamo né tocchiamo solo ed esclusivamente perché lui, dalla ascensione in poi, ha deciso così. Questo Gesù è il Figlio a cui Dio ha dato in mano ogni cosa. Perché allora siamo sempre tesi, ansiosi, con un fondo di costante preoccupazione così abituale da non conoscerne più nemmeno il motivo?

Gv 3,31-36 Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.