Sconvolgimenti

Siamo noi quel lago in cui avvengono grandi sconvolgimenti. Siamo noi la barca coperta dalle onde. Sono flutti di emozioni che ci agitano, di paura d’essere perduti. Basta un nulla, a volte nemmeno occorre una parola, una sensazione è sufficiente a mutarci la giornata. Perché abbiamo sempre paura? E di cosa? Forse è perché siamo gente di poca fede? Ma non è da sciocchi risolvere tutto con un po’ di religione? Sì, lo è. Non disse infatti “gente di scarsa religione”. Disse di poca fede. Di poca fiducia in un Dio a cui si può parlare di tutto, a cui si può affidare tutto perché di tutto e di tutti si prende cura.

Mt 8,23-27 Salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel lago un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

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San Tommaso

Dobbiamo proprio ringraziarlo Tommaso, altro che farne l’emblema dell’incredulità. Se non vedo e se non tocco, non credo. È importante per noi sapere che gli apostoli non furono dei creduloni. È fondamentale che abbiano voluto constatare, toccare con mano Gesù risorto. La resurrezione non è una cosa da poco… Avrebbe potuto essere una semplice visione, un’allucinazione collettiva, un’autosuggestione di gruppo. Meno male che dubitarono. I vangeli sono pieni zeppi di dubbi: non fu solo Tommaso a non credere. Pietro, Giovanni, la stessa Maddalena, nessuno di loro credette a prima vista. Questo ci conforta perché significa che la resurrezione di Gesù con il corpo fu verificata attentamente prima di essere ritenuta vera e dunque divulgata. Noi che crediamo pur senza avere visto, sappiamo di credere sulla testimonianza di chi credette perché vide e toccò Gesù risorto.

San Tommaso apostolo Gv 20,24-29 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Come Abramo

Domenica scorsa, in rito ambrosiano, abbiamo incontrato Noè, il salvatore. E quella domanda: tu quanti ne salveresti? Oggi Abramo, l’inquieto cercatore, il camminatore, il migrante irakeno divenuto il capostipite di Israele. Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, dice Gesù a chi vorrebbe seguirlo dovunque. Salvatore come Noè, cercatore come Abramo. Lascia la tua terra e va’ a salvare tutti dal diluvio di violenza e vuoto che si abbatte sulla terra.

Solo così

Era servo di un ufficiale romano che prestava servizio all’estero. Chissà di dove era questo poveretto. Un arabo, un barbaro, un libanese, chi lo sa? Non sappiamo nulla di lui, delle sue idee, della sua religione né della sua moralità. Il mio servo paralizzato soffre terribilmente. Si dice questo di lui, altro non sappiamo. A Gesù basta questo, altro non chiede. Chi soffre va guarito e basta: io verrò e lo guarirò. Nessun medico si domanda se il paziente meriti o meno le cure. Il centurione però chiede a Gesù di guarire il servo a distanza: di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Gesù lo ascolta. Ascolta la richiesta di un militare occupante, un infedele pagano. Gesù ascolta la sofferenza. Il punto di partenza è la guarigione dalla sofferenza. Morale significa comportamento. Per Gesù è immorale non ascoltare la sofferenza, chiunque sia colui che soffre, qualunque sia il genere di sofferenza, fosse pure quella della prostituta più indecente, del tossico più bugiardo. Prima si guarisce la sofferenza. Poi si ha la credibilità per parlare, correggere, rieducare. È l’amore che converte, non il giudizio.

Mt 8,5-17 Entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
“Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie”.

Non dirlo

Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno. È misteriosa questa richiesta di Gesù, non si riesce a scorgerne il motivo perché Gesù non aveva paura di essere se stesso. Diversamente, avrebbe vissuto più a lungo. Cosa temeva dunque? Io davvero non lo so. Quello che so è che quel lebbroso pagò la guarigione col silenzio. Mi chiedo: io, a patto di non raccontarlo a nessuno, cosa chiederei a Gesù? Vorrei che si materializzasse nella mia stanza, almeno una volta, come faceva spesso dopo la resurrezione. In alternativa, che almeno mi apparisse in visione. Se nemmeno questo potessi ottenere, chiederei di sognarlo. Sempre a prezzo di non raccontarlo a nessuno. Sì, mi piacerebbe. Non so se resterei una persona normale, ma varrebbe il rischio. Dovrei inventarmi delle scuse per giustificare il mio cambiamento. Un po’ come quel lebbroso che andò dal sacerdote a fare tutta la messa in scena, dicendo di essere stato purificato dall’invisibile onnipotente Dio, mentre invece sapeva benissimo quale fosse il suo volto e il calore della sua mano.

Mt 8,1-4 Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

A te darò le chiavi

Se la porta è sempre aperta, a cosa servono le chiavi? Il regno dei cieli è lì, per tutti, e Dio è preoccupato solo che qualcuno resti fuori, che non trovi la strada. Povero Pietro, ti raffigurano sempre con in mano delle grosse chiavi, come quelle che le guardie agitavano tutto il giorno davanti alle celle, sotto al naso dei prigionieri, ai tempi in cui ero a San Vittore. Se per caso la chiave cadeva, tintinnando sul pavimento, tutti in coro dalle celle urlavano ” liberante!”, che in gergo vuol dire “entro sera uno di noi esce”. Pietro, forse Gesù ti ha affidato le chiavi nella speranza che ti cadessero in acqua dalla barca. Liberanti! Liberi tutti. Liberi dal male, dalla violenza, dalla guerra. Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi, scrive Paolo. Chi trova il regno di Dio, trova la libertà. Trova la chiave di lettura della vita.

Santi Pietro e Paolo Mt 16,13-19 Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

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Frutti

Un albero buono non può produrre frutti cattivi. In molte lingue e dialetti, frutto significa anche figlio. Queste parole di Gesù potremmo quindi considerarle rivolte anche a noi genitori e ai frutti del nostro grembo, come dice l’Ave Maria. Da una bella famiglia, non possono che nascere bei figli. Davanti ad ogni giovane che compie gesti cattivi, si leva infatti il coro: “I genitori dove sono?”. Dovremmo anche chiederci “chi sono”, chi fa realmente la loro parte. Anche per i più bravi adolescenti e giovani, guardare un video e vivere coincidono. Parlano dei luoghi più remoti del pianeta con la sicurezza di chi c’è stato e poi scopri che non è così. “Seguo uno che viaggia”, ti rispondono. Sanno già tutto perché, dal divano o sotto le coperte, “seguono” il tizio che gira l’oriente, la coppia che vive in camper, la ragazza che abita su un albero. Questi tizi chi sono? Cosa pensano e cosa trasmettono ai nostri figli? Chi ha mai dato loro il permesso di educarli, di parlare loro per ore mentre noi crediamo che dormano? Ecco appunto: siamo stati noi. Noi li abbiamo presi come nostri collaboratori e addirittura sostituti. Noi che non daremmo certo le chiavi dell’auto a un dodicenne, gli diamo però un “coso” che chiamiamo ancora telefono, forse per non vedere la realtà. Per non ammettere che quello strumento li rende esposti a tutti quelli che vogliono dire loro qualcosa. Chiunque essi siano, qualunque cosa dicano. Non si tratta certo di bandire i cellulari dal pianeta (io stesso vi sto scrivendo dal “telefono”). Ma forse è il caso di svegliarsi e sentirsi responsabili dell’uso che i nostri figli ne fanno. A meno che pure noi siamo ormai spacciati…

Mt 7,15-20 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».

Giusta misura

Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci. Ai tempi di Gesù, questa espressione indicava i pagani e più genericamente quelli con cui non c’è affinità spirituale. Non sempre e non con tutti si possono condividere i pensieri della profondità dell’animo. Bisogna capire cosa dire, a chi e in che momento. Noi occidentali poi, questo ammonimento di Gesù potremmo prenderlo alla lettera. Di cose sante ne diamo infatti molte a cani, porci e altri animali. Non che qualcuno li porti a fare la Comunione, ma a Messa quello sì, così che il prete non possa dire che non c’era nemmeno un cane. Chiesa a parte, va detto che la nostra società è ormai così pagana e priva di vita spirituale, che spesso diamo agli animali quell’amore sacro riservato ai fratelli umani i quali, nel frattempo, vanno sempre più perdendo valore. Del resto, non avendo più un rapporto personale e diretto con Gesù Risorto, resta difficile amare i suoi fratelli più piccoli.

Mt 7 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Tra 10 giorni partirò per Timor Est https://lalocandadellaparola.com/bdbf-onlus/

Vederci bene

Con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi. Sì, ma da chi? Da Dio o dagli altri? Gesù ci sta ammonendo sul giudizio finale. Ci troveremo dunque faccia a faccia con un giudice che avrà il nostro stesso volto e la nostra stessa severità. Forse invece Gesù sta dando un consiglio di vita: sappi che gli altri ti giudicheranno con la severità che usi con loro. È per questo che nessuno osa dir più nulla nemmeno in famiglia, nemmeno ai figli? Tutti astenuti per essere tutti non giudicati. In altre pagine di Vangelo però, lo stesso Gesù invita a correggerci a vicenda, ad essere reciprocamente educatori. Se ami qualcuno, non lo lasci sbandare. Prima però occorre togliere dalla vista la trave che impedisce di vedere, poi si daranno consigli sottili come pagliuzze.

Mt 7,1-15 Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

L’arca di Noè

Oggi, in rito ambrosiano, si legge la vicenda inquietante del diluvio universale e dell’arca di Noè. Non ci spaventa ascoltare di un Dio che si arrabbia, distrugge, poi si ricrede e fa pace. Ormai lo sappiamo che alcune pagine della Bibbia vanno lette con molto cervello, tenendo conto del loro genere letterario. Descrivere Dio come una persona umana semplificava l’efficacia del messaggio. Non si tratta nemmeno di una pagina di scienze naturali: i dinosauri sono estinti, ma non perché Noè li dimenticò a terra. La domanda è ben altra, più difficile: tu chi salveresti? Caricheresti davvero tutti o approfitteresti per lasciar affogare qualcuno? Guerre, razzismo e genocidi ci dicono che si crede sempre di stare meglio senza una parte di umanità. “Siamo tutti nella stessa barca”, diceva il Papa durante la pandemia, ma ce ne siamo già dimenticati. Ci sono barche e barche. Nessun aereo speciale, nessuna nave top secret solca il Mediterraneo in cerca di segnali di vita. Noè è forse diventato capriccioso? Si crede Dio e decide lui chi imbarcare e chi lasciare a fondo. Quanto è grande la tua arca, più di una tinozza? Quanto spazio c’è nel tuo cuore? Questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti. Gesù di Nazaret li voleva salvare tutti. E tu?