Dio in te

da DILI, TIMOR EST  Perché parla di un altro Paraclito? Quanti sono dunque questi Paracliti? Paraklētos in greco significa difensore, aiutante, colui che ti assiste da vicino. Viene da pensare che Gesù intendesse un altro oltre a me, un altro come me. Di più: un altro me. Sì perché, se leggiamo bene, notiamo che Gesù parlando “confonde” se stesso, lo Spirito e il Padre. Dio Trinità è Paraclito. Il suo nome è Io Sono Con Te. Io Sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Fermiamoci e lasciamoci avvolgere ed entusiasmare da questa realtà. Rendiamola efficace in noi.

Gv 14,15-21 (Durante l’ultima cena Gesù disse ai suoi discepoli): «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

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Scelti

da DILI, TIMOR EST   Non era venuto a salvare il mondo? Certamente. Qui però mondo non significa umanità ma mentalità mondana. Quel modo di intendere la vita che non è compatibile con il vangelo. Chi segue il vangelo insomma non può pensare d’essere capito e accettato sempre ed ovunque, sia fuori che dentro la Chiesa. Sì, perché la mentalità del mondo si insinua tra le panche delle chiese, nelle anticamere dei vescovadi, ovunque possa danneggiare la purezza del messaggio di Gesù. Ma è pur vero che la mentalità di Gesù può diffondersi, con forza propria, nelle più remote foreste, nel cuore dei più semplici degli esseri umani scelti da Lui come amici. E così ti trovi di fronte ad una povera donna nella sua umile casa, seduta sul suo giaciglio di bamboo, con la stessa maestà di un vescovo che porta il Santissimo sotto il baldacchino.

Gv 15,18-21   disse Gesù ai suoi discepoli:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Amici

da DILI, TIMOR EST   Conosco un giovane papà che era diventato amico di Papa Francesco. I suoi racconti sanno di incredibile*. Qui le persone spesso mi chiedono di scattare una foto insieme, per mostrare di aver conosciuto uno straniero. Tutto questo è nulla in confronto a ciò che ci dice oggi il Vangelo. Chi può immaginare che la relazione uomo-Dio sia amicizia? Sarà semmai sottomissione, devozione, tutt’al più alleanza. Ma amicizia suona davvero incredibile. Le amicizie e gli amori poi, siamo abituati a guadagnarceli, a conquistarceli e a doverli mantenere vivi. Quella con Gesù è invece un’amicizia scelta da lui: Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Dunque lo diciamo ancora: Gesù ti ha scelto come amico, come amica. Quando ti senti solo, non capito o ignorato, fermati e ripeti: Gesù mi ha scelto come amico. Un amico per cui dare la vita. E io che amico sono?

Gv 15,12-17 (disse Gesù ai suoi discepoli durante l’ultima cena):
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

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Credere alla gioia

da DILI, TIMOR EST  Cerco di non pensare che queste parole le pronunciasti durante l’ultima cena, consapevole che era giunta la tua ora. Non ci penso, sarebbe troppo difficile da accettare un amore così. Forse non riuscirei a crederci, a credere che sei morto pensando alla mia gioia. Tutto ciò che ci hai detto aveva lo scopo di farci felici. Certo, nei secoli abbiamo ricostruito una religione fatta di sensi di colpa, paura dell’inferno, timore di sbagliare. Ma Tu, Gesù, ci parli perché la tua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena. Non ti vanno i nostri volti tristi, non ti piace vederci preoccupati, stai male al vederci soffrire. Rimanete nel mio amore, ci dici. Non cambiate amore, rimanete nel mio amore, l’amore incondizionato. Continuate a crederci, anche nelle più dure prove, nei più feroci tradimenti. Siete su questa terra per portare l’amore incondizionato di Dio. E se amerete così, la gioia sarà in voi.

Gv 15,9-11 (Durante l’ultima cena disse Gesù ai suoi discepoli):
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Se Rimanete

da DILI, TIMOR EST    Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. Perché siete una cosa sola con me e dunque, come me, create e date vita. Non si tratta forse di chiedere a Dio qualcosa per ottenerla, ma di essere con Dio e con Lui chiedere, con Lui pronunciare parole che creano. Essere con Lui quando dice sia la luce, quando dice alzati e cammina o vattene Satana. Lasciarsi attraversare dalla forza di Dio, come faceva Gesù, e riportare Dio in terra. Non dunque chiedere per avere e poi andarsene, ma essere alla sua Presenza per vivere tutto con Lui. Non è la formula per ottenere tutto quello che vogliamo, ma è il modo per far sì che tutto quello che vogliamo coincida con tutto quello che vuole Lui.

Gv 15,1-8   disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

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La mia pace

da DILI, TIMOR EST   Non vedendo più articoli, molti si sono allarmati. Non sono sparito e non mi è successo nulla di brutto. Semplicemente il mio telefono si è rotto proprio sull’isola di Jaco dove, grazie al Cielo, negozi di elettronica non ci sono. Come vi dicevo e come vedete in foto, non c’è proprio nulla se non sabbia bianca, acqua azzurra, un fitto misterioso bosco abitato da piccoli cervi. Come tutti i luoghi disabitati, Jaco incute un certo senso di timore. Anche questa volta sono stato tentato di portare via un sassolino colorato dalla spiaggia, ma mi pareva di rubare. Guardandomi dal mio tavolo a Dili o in Italia, mi avrebbe fatto sentire un rapitore. L’ho lasciato al suo posto, accanto all’impressionante scheletro di balena che da anni riposa lì in pace, in attesa di diventare sabbia. La pace, quella pace interiore che tutti vogliamo e che il mondo non può dare. Nemmeno se fuggi a Jaco Island. Perché la vera pace è dentro di noi e solo Uno la può dare.

Gv 14,27-31 (durante l’ultima cena,disse Gesù ai suoi discepoli):
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

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Il tuo volto

da Valusere, Tutuala, TIMOR EST   Sono all’estremo Est dell’isola di Timor Est. Più di così non posso spingermi verso l’alba, verso la luce. C’è un limite oltre il quale non sappiamo nulla né di Dio né di noi. L’isola che vedete è dell’isola di Jaco. Mai abitata da essere umano. È considerata sacra, intoccabile. La si può visitare ma poi si deve rientrare. Non c’è nulla: una sorta di Paradiso terrestre senza orma d’uomo. Per questo dico che non c’è nulla, perché senza qualcuno che la ammiri, è come se non fosse. Così è per Dio. Senza una voce che chieda mostrami il tuo volto, è come se non ci fosse. Dio si è mostrato, ha il volto di Gesù. Chi ha visto me ha visto il Padre. Chi ha visto come agisco, chi sa cosa penso, sa chi è Dio, cosa fa e cosa pensa Dio.

Gv 14,7-14 disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Lavoro

da DILI, TIMOR EST  Lo chiamavano il figlio del falegname. Meglio tradurre carpentiere. Comunque un gran lavoratore. Vi scrivo dal Sud Est dell’Asia, da sempre terra di mercanti. Qui la connessione tra lavorare e avere soldi è ancora fortissima. In Italia si è molto persa. Far soldi e lavorare non vanno insieme. La fatica è una malattia, la costanza una noia. Qui poi la situazione è aggravata dalla povertà. Il bisogno e il desiderio di denaro tolgono ogni limite e cancellano ogni diritto. Più lavoro, più guadagno: time is money. Ma la domanda resta: come mai, a parità di lavoro, qui si guadagna dieci volte meno ma molti prodotti costano come in Italia, se non di più? Quante vite ha bisogno una persona qui per raggiungere il nostro livello di guadagno? Da dove viene tutta questa disparità?

San Giuseppe lavoratore    Mt 13,54-58 Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Mandati

da DILI TIMOR EST  Mandare, mandare, questo verbo torna e ritorna più volte in questa pagina. Chi è mandato sappia di non essere più grande di chi lo ha mandato. Ma chi lo accoglie, sappia che costui non è da meno: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me. Basterebbe questo a spogliarsi di insegne, anelli e mantelli e titoli regali. Basterebbe questo ad accogliersi a vicenda come accoglieremmo Cristo in persona. Perché “vicario di Cristo” può essere chiunque, non solo il vescovo di Roma. Anzi,  teologicamente non è il successore di Cristo ma di Pietro. Cristo non ha successori, essendo attualmente vivo. Dunque chi la vita ci manda, accogliamolo come fosse inviato da Gesù. Se è una bella persona, ringraziamo. Se invece è una persona cattiva, accogliamola come un severo maestro che ci insegna a pregare per chi ci fa del male. Al calare della giornata, spesso mi siedo al cancello di Uma Matak e ciò che vedo è in foto. Chi passa lo saluto. Chi risponde con amore “good evening teacher!”, chi sorride, chi va troppo veloce per notarmi. Tutto va bene. Tutti inviati.

Gv 13,16-20   Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Piccoli

da DILI, TIMOR EST   “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Penso all’infinito racchiuso in un piccolo bambino. Il Signore del cielo e della terra è lì, in un piccolo inconsapevole. Poi crescerà e le ferite si faranno sentire. La sete insaziabile di denaro, la voglia d’essere ricchi, di annegare le frustrazioni nell’abbondanza e iniziare ad avere tutto. Per poi accorgersi, forse, che la gioia è altrove. E tornare ad aver nostalgia del villaggio e della mamma accanto al fuoco nella cucina affumicata e il maiale che razzola libero finché può, mentre la vecchia zia accucciata in terra  mastica bua*. Perché tutti abbiamo desiderio di semplicità, di tornare piccoli. Tu ci offri la tua vicinanza e il tuo sostegno nelle stanchezze e oppressioni della vita. E non ti diciamo tutto.

Mt 11,25-30    Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

*la noce di Betel, qui chiamata Bua, una volta essicata viene masticata per ore dalle persone semplici dei villaggi,  attenuando fame e stanchezza, producendo alla lunga danni collaterali a bocca e stomaco.