Quello che vedete in foto è il vescovo di Dili, capitale di Timor Est. Lo conoscono tutti come don Virgilio, salesiano. Lo incontrai nel caldo torrido della cattedrale, tra la folla, e gli lasciai il mio numero di telefono: “Quando verrai in Italia, se hai bisogno chiamami”. E fu così che mi chiese un passaggio a Malpensa dalla Val Imagna, dove era ospitato nelle terre bergamasche di padre Locatelli, a Timor Est dal 1964. Imbarcati i bagagli, sfruttammo il tempo per stare insieme il più a lungo possibile. Fu davanti ad un caffè che aprì il misterioso sacchettino di carta che reggeva da ore. Ne uscirono cioccolato, succhi di frutta e un panino. “Il parroco non ha voluto che partissi senza la merenda”, disse sorridendo commosso dal gesto materno. E così, spezzato il panino con le mani, mangiammo chiacchierando, con un occhio all’orologio, riconoscenti al Parroco e alla sua semplice testimonianza d’amore davanti alla Chiesa, provvedendo ai fratelli il necessario per il viaggio, benché stranieri.
Leggeremmo storie
Come avvoltoi che si radunano dove c’è morte, così il fascino del vuoto attira molti. Il nulla inghiotte l’attenzione e si va via veloci, indaffarati a vendere e comprare, a correre e programmare. Ogni storiella idiota è letta e bevuta mentre il romanzo più bello resta chiuso: è lì davanti a noi, è chi incontriamo, con la sua storia vera da raccontare. E’ l’uomo, il Figlio dell’uomo, che si manifesta in ogni attimo. Se solo tenessimo gli occhi dell’animo aperti, leggeremmo storie che superano ogni fantasia.
Se alzi un muro
Questa generazione rifiuta il Figlio dell’Uomo. E siamo sempre a questa generazione, sempre è difficile accettare e credere che davvero il regno di Dio è in mezzo a noi, dentro di noi, nel centro della nostra persona, di ogni persona di ogni parte della terra. Più facile immaginare un Dio tra le nubi, occupato a lisciarsi la barba, mentre noi quaggiù facciamo quello che ci pare giusto. Più facile credere che, oltre a Dio, pure i problemi siano fuori di noi, negli altri, e non dentro di noi. Più semplice chiuderli fuori, a prezzo però di rimanere chiusi dentro. Al buio.
La cattedra insabbiata
Come oggi ma 1692 anni fa, nell’anno 324, il papa consacrava una chiesa, per la prima volta senza rischiar la pelle. Prima di allora, a Roma si erano arrangiati dicendo Messa clandestinamente in qualche casa, chiamata ‘domus ecclesiae’, casa dell’assemblea. Queste case erano riconosciute nel più ovvio dei modi: col nome del proprietario. Lo stesso si sarebbe fatto per questa chiesa, col piccolo particolare che il proprietario era il Basileus, l’imperatore, e dunque sarebbe stata una basilica. Così era chiamata ogni grande sala d’udienze imperiali. Nell’abside sarebbe stato raffigurato Gesù in trono (con la regina madre, Maria) e sulla cattedra imperiale si sarebbe seduto il papa col mantello di Costantino imperatore. Una cattedra differente da quella della foto, appoggiata nella sabbia di una chiesetta di palme a Timor Est… Fu inizio della libertà di fede o inizio della sua fine? Entrambe le cose. Sarebbe stato bello godere libertà religiosa senza pagarla con la libertà dello spirito, che si trovò insabbiato nei giochi del potere. Era già avvenuto col tempio di Gerusalemme, unico luogo in cui Gesù perse le staffe e urlò furente: Non fate della casa del Padre mio un mercato! e rovesciò tavoli e gettò in terra denaro e scacciò fuori tutti, uomini pecore e buoi. A Roma invece Gesù non giunse mai.
Festa Basilica lateranense Gv 2, 13-22 http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&mobile=&Citazione=gv+2%2C+13-22&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1
breve storia della basilica Lateranense http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20161109.shtml
Chi ringrazia?
Come sono simpatici i volti di chi sa ringraziare, di chi non riesce a bersi nemmeno dell’acqua senza fare il gesto di brindar con te. Eppure oggi leggiamo: chi di voi avrà gratitudine verso chi ha eseguito gli ordini ricevuti? Ed è vero: forse si ringrazia il dipendente per il lavoro svolto? Quale madre farebbe le feste al figlio per aver mangiato tutto? O chi, attraversando sulle strisce pedonali, accennerebbe ossequioso all’auto che si è fermata? In quale assurdo mondo l’insegnante ringrazierebbe gli studenti per la bella lezione? Eppure a volte tutto questo accade. Tanto sono rare la gratitudine e la correttezza, che ci troviamo a ringraziare chi ha fatto semplicemente quanto doveva fare! Gioco molto pericoloso, quello di invertir le parti. Perché se è evangelico non pretendere un grazie, è paradossale ringraziare chi invece dovrebbe gratitudine. Fantozziano segno di debolezza educativa.
Sradicati

Basta sbagliarne uno e sei subito fuori, ti trovi nel gruppo degli stranieri. L’accento a volte è determinante. Perché sradicàti sono quelli lontani dalle loro origini, con un animo in pena in cerca di stabilità. Invece sràdicati è l’invito che fa a se stesso chi si accorge di appassire e di dover cambiare ambiente e vita. E se questo desiderio è radicato nel profondo di noi stessi, allora è una potente preghiera: invisibile ma forte, come un piccolo seme di senape, diverrà realtà.
Quando da questa sponda

E quando da questa sponda di vita raggiungerà l’altra, di chi sarà questa donna? E che ne sarà di noi e dei nostri amici, di chi sarà questo corpo in cui abbiamo vissuto e il suo che ci ha sorriso? Che aspetto avrà, quando le andrò incontro oltre la terra e la materia e poi chissà se davvero c’è risurrezione dei morti? E quella gente, che temeva questi argomenti ed era pigra nel cercare risposte, liquidò tutto con una battutaccia ed infangò la donna che aveva fedelmente amato e sepolto ben sette mariti. Perché la difesa del superficiale è la volgarità, mentre l’uomo spirituale sa esser spiritoso!
Un passo alla volta
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti. Chi non sa camminare, difficilmente sa correre. Muoviamo dunque un passo alla volta e riusciremo, un giorno, a raggiungere anche i più lontani confini. Alleniamo la nostra attenzione nel quotidiano banale vivere, e i nostri occhi si apriranno ai più grandi bisogni dell’uomo.
Come migranti bussiamo
So io cosa farò perché ci sia qualcuno che mi accolga, dice l’adolescente che non si piace e teme di restar sola. Lo dice pure il ragazzo che fugge dalla guerra e dalla miseria. Lo ripete inconsciamente il padre, quando si accorge che i suoi figli stan crescendo senza di lui e le distanze aumentano. Lo diciamo tutti, perché tutti temiamo di non essere accolti. Come migranti bussiamo ai confini altrui sperando di ricevere asilo, di essere ospitati e capiti, di avere anche oggi i nostri dieci minuti di attenzione esclusiva. E siamo disposti a fare i buffoni mangiafuoco ad ogni semaforo, ad ogni incrocio dove passi qualcuno nella nostra giornata, che ci getti una monetina di sorriso. Era più facile quando eravamo piccoli, quando tutti facevano a gara per averci in braccio. Ma noi possiamo ancora, possiamo sederci e nel silenzio dare ascolto a noi stessi. Senza bisogno di fingere.
Se tu quella volta
Se hai ascoltato una persona come fosse l’unica rimasta al mondo, e le hai parlato trovando la forza di spegnere il telefono e guardarla negli occhi. Se hai perso il sonno per un figlio non tuo e ti sei interessato del lavoro altrui mentre il tuo non va. Se hai pregato in silenzio per una persona che se ne è andata e hai chiesto notizie della bambina malata in un paese in cui non andrai. Se hai fatto tutto questo, se almeno una volta su cento l’hai fatto, tu quella volta sei stato Dio che lascia novantanove pecore nel deserto per cercarne una.
