Un momento, qualcosa non torna. Qui abbiamo dei pescatori che si guadagnano i pesci con notti di lavoro spesso infruttuose. La fortuna entra cieca nella loro vita: in completo fuori orario, a pesca finita, quello strano maestro fa riempire le barche di pesci, che quasi affondano. È la svolta, è la vincita della schedina giocata col resto di un caffè. Quel maestro è il ‘win for life’ salito sulla mia barca mentre bestemmio per aver faticato tutta la notte senza prendere nulla. Si spalancano le porte di una vita agiata, di un futuro certo. Dice: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. Come riuscirono a capire che la vincita vitale non era la pesca miracolosa ma l’incontro con lui? E per lui era la prima volta o aveva già provato con altri che, a quelle sue parole, l’avevano poi lasciato?
Dire sì
Più che a dire dei no, insegnò loro a dire di sì. A se stessi. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Fiumi di persone che trovavano alloggio nel loro cuore, che vi scaricavano le loro vite, che si appoggiavano a loro. Non era facile capire cosa fosse giusto fare di fronte a quei bisognosi che non diminuivano mai, a quelle richieste che non calavano, a quelle agende sempre intasate, a quel telefono che non dà tregua… Insegnò loro che chi vuol nutrire deve mangiare, chi vuole aprire la porta deve saperla accostare. Pena la disintegrazione.
Appariva quel vassoio
Non si dava pace e lo vedeva ovunque. Ucciderlo aveva provocato la sua onnipresenza. Eliminarlo aveva causato l’inizio dei problemi. Se prima la sua voce risuonava di tanto in tanto nella sale del castello, ora era un costante richiamo all’interno della mente. La notte poi, quando le difese del solletico di qualche danzatrice o delle risa scomposte dal vino si attenuavano, alla voce si univano le immagini. I sogni lo tormentavano. Rivedeva quel volto, appariva il vassoio con quella testa, tra le portate di cibo del banchetto. Gridava di no, che non era vero, prometteva di dare metà del suo regno e fare qualsiasi cosa per riavere Giovanni Battista vivo. Ma quella testa lo fissava muta, in mano alla fanciulla, mentre una donna alle sue spalle sorrideva gelida. E lui nel sonno gridava e chiedeva chi fosse stato, chi avesse commesso una tale oscenità… ammazzare un santo. E si svegliava di scatto che ancora parlava. “Quel Giovanni l’ho fatto decapitare io…”, mormorava. E l’alba non arrivava mai.
in foto: Arcabas, Il Battista, particolare
E se non gli importa?
Era così grande la scoperta, così forte il desiderio di raccontarla, così irresistibile l’impulso di coinvolgere! Non riuscivano a non parlarne e i pochi che non lo facevano si sentivano chiedere: “Oggi piove, come mai quel sorriso?”. Nessuno doveva esser lasciato fuori! Il rischio era però quello di essere insistenti, invadenti, fin appiccicosi. Inviandoli ad annunciare disse loro: “Se non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto i vostri piedi, a testimonianza per loro”. Che tutti sappiano: non siete venditori ambulanti che se ne vanno solo dopo aver venduto. Siete evangelizzatori liberi. Non impolveratevi con l’ansia del feed back. Chi è pronto al messaggio lo accoglierà.
Meraviglia
Si meravigliavano di lui. Non si aspettavano miracoli dalle sue mani né sapienza dalla sua bocca. Non lo accettarono. Troppo inquietante, troppo impegnativo. Lo conoscevano bene: sapevano che era normale, uno di loro. E se uno di loro era divenuto capace di tanto, allora la possibilità c’era per tutti. Non vi sarebbero state più scuse: sarebbe toccato anche a loro far miracoli, ciascuno avrebbe dovuto parlare con sapienza. Meglio dire che solo pochi speciali individui hanno questi poteri divini e che gli altri, poverini, stanno fuori dalle cose sante, dalle forze della preghiera, dai miracoli della fede. Loro volevano restare ‘normali’ per non dover cambiare. Lui, il falegname guaritore, era la prova che avrebbero potuto divenire come lui, dei Cristi. Ma chi ne aveva voglia? Preferirono allontanarlo che seguirlo.
Candelora
Oggi festa della “candelora”, col vecchio Simeone che proclama Gesù bambino Luce delle genti. Domani festa del vescovo San Biagio, protettore della gola per aver salvato la vita a un bimbo (un po’ vorace) che aveva inghiottito una lisca di pesce. Ma ecco un ibrido liturgico: nelle chiese, a fine Messa, la gola sarà benedetta poggiandola su due candele incrociate. Luce alla gola. Tradizioni per vecchi? Superstizioni alla naftalina? Prima di buttarle via, è bene sapere che in altre tradizioni spirituali la gola assume pari importanza. Segno della voce e della parola pronunciata, la gola è considerata lo snodo dell’energia ‘maschile’ della decisione, della esternazione della volontà, della definizione e delimitazione di un progetto concreto. Le energie ‘femminili’ delle sensazioni e delle intuizioni resterebbero vaganti e indefinite senza una voce che le trasformi in parole che vibrano nelle corde vocali e risuonano ai timpani degli altri. Del resto sta scritto che il Verbo eterno si fece carne tra noi.
In me una legione
“Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti”. Uomo da più personalità e dai comportamenti contraddittori, ‘viveva’ tra le tombe, minacciava tutti percuotendo se stesso. Nessuno riusciva a tenerlo legato, nessuno riusciva più a domarlo. Gesù stesso non fa che aizzare la sua rabbia ordinando ai suoi demoni di lasciarlo. Allora cambia tattica, non più frontale, non più imperativa. “Qual è il tuo nome?”, gli domanda tranquillo. E tutto, da quell’istante, cambia. La liberazione inizia con la semplice consapevolezza che un male ci agita, trovando qualcuno che ci chiede il nostro nome, il nome delle nostre ferite. Finchè saremo circondati da volonterosi che, desiderando vederci tranquilli, ci legheranno impedendoci di urlare il dolore, la nostra sarà una vita tra tombe di rabbia esplosiva.
in foto: Arcabàs, L’indemoniato geraseno, particolare.
Quand’ero più grande
Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. La mia fede è cresciuta, ha attraversato notti e varcato confini. L’ho persa e ritrovata, ha accettato sfide e si è posta domande. Ma dentro di me ancora quel bimbo vive e parla. E’ la parte divina di me che mi chiede sempre e solo amore perché se non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe tutto il resto. L’amore è generoso e paziente; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine. Alla fine, di noi rimarranno solo tre cose: la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore. Ma più grande di tutte è l’amore!
1Cor 13, 1-13 http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&mobile=&Citazione=1cor+13&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&VersettoOn=1
Prima e dopo
Prima avevano paura di morire annegati nella tempesta. Dopo che Gesù la placò, avevano timore di lui. La paura ti spinge ad urlare, ad accusare tutti perché nessuno ti pare far nulla per te: “Maestro, non ti importa?”. Il timore ti sollecita a far di tutto per non arretrare, per non sciupare l’occasione, per non lasciar cadere nel vuoto la scoperta: “Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.
Germoglierà
Come, egli stesso non lo sa né se ne cura. Chi semina non si occupa di sapere come avvenga il miracolo del germoglio. Chi semina si concentra sulla semina. Il resto non è affar suo, se ne va a dormire fiducioso che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglierà. Così è chi prega con fede. Semina nel cuore di Dio i propri sinceri desideri e poi se ne va tranquillo a dormire. Come accadrà non lo sa, ma è certo che avverrà.